Intervista a Filippo Semplici

Oggi per il Sole e Luna Blog, intervisteremo l’autore de Ti guarderò morire: Filippo Semplici.

Chi è Filippo quando scrive e quando non scrive?


Il Filippo che non scrive, è un impiegato che lavora otto ore al giorno per portare a casa lo stipendio che il Filippo che scrive non riesce a mettere insieme. 
Il Filippo che scrive invece è quello che vorrebbe diventare uno scrittore di successo, e ogni volta che ci pensa, gli viene da ridere. 
Entrambi coincidono nell’immagine di un bambino di 41 anni (ho scritto bambino? Sì, bambino), che non si decide a crescere, e preferisce credere ancora a Babbo Natale piuttosto che a Presidenti, alta finanza, economia e politica estera. Almeno Babbo Natale non lo ha mai fregato.  

 Come ti sei avvicinato alla scrittura?


Ho iniziato molto giovane, con un racconto che oggi mi vergognerei solo a rileggere. Non mi stupisce infatti che nessun editore, all’epoca, lo avesse voluto pubblicare. Questo è stato il mio inizio, fino ad arrivare al 1999, anno in cui uno scrittore del calibro di Valerio Evangelisti seleziona una mia storia per una pubblicazione con Fanucci. 
Da quel momento ho capito che ciò che scrivevo poteva piacere anche al di fuori delle cene tra parenti, e serate con amici.
Così ho continuato, e ne sono stato felice. 

Parlaci in breve del tuo libro.

 

Ho cercato di dare una risposta a due temi che mi stanno particolarmente a cuore: la violenza gratuita che troppo spesso ascoltiamo nei fatti di cronaca, dove le vittime di abusi vengono condannate anche e soprattutto da una legge incapace di difenderle, e i pericoli del web.
Riguardo a quest’ultimo, mi sono reso conto che ovunque mi volti vedo ragazzini, perlopiù giovanissimi, costantemente connessi a internet e disconnessi dalla realtà; ostaggio dei social network, soldati dell’”esercito dei selfie”, che condividono foto, messaggi, video con una facilità impressionante, senza chiedersi dove finisca tutto il loro materiale. Senza sapere di avere davanti un buco nero. Perché il web è anche questo: un buco nero dove non sai chi troverai.
Nel mio libro non affronto esattamente questo tema, ma qualcosa di molto vicino.

Personaggio che ti rispecchia?


Del mio libro? Forse Orlando, il protagonista, ma soltanto perché nasce come una persona qualunque, costretta poi a una dura metamorfosi per sopravvivere. 
Posso identificarmi in lui soltanto perché è il meno cattivo. 

Come crei i tuoi personaggi, ambientazioni ed atmosfere?


Quando scrivo una storia di solito ho in mente un’idea e nient’altro. Solo quando comincio a svilupparla allora si affina, si perfeziona, saltano fuori dettagli e particolari che nemmeno avrei immaginato. Così, personaggi partoriti come buoni diventano cattivi, capitoli previsti come rilassanti si tingono di rosso e nero, e viceversa. E così via. 
Oserei dire che è la storia a farsi da sola, lasciando a me solo l’esiguo compito di raccontarla.

Descrivi con un colore ogni personaggio.


Qui c’è poco da sbagliare, e per fortuna, visto che i personaggi del libro sono una quindicina. 
I cattivi sono tutti neri, della stessa tonalità; non può e non deve esserci una sfumatura diversa. É il nero dell’incubo più oscuro.
I due protagonisti invece, Orando ed Elise, li immagino colorati di rosso. 
Non come il sangue, ma come l’amore.

Cosa vuoi trasmettere con il tuo libro?


Voglio portare alla luce un argomento spesso ignorato, o semplicemente sconosciuto, come quello, appunto, dei pericoli reali che si annidano nella rete.
Mi ha fatto molto piacere ricevere messaggi privati, di genitori, che mi ringraziavano per aver puntato un riflettore su un aspetto del web che in primis coinvolge i loro figli. I nostri figli. Perché il male esiste, è dappertutto, e leggendo il mio libro scoprirete che spesso si nasconde proprio dietro la porta di casa.

Progetti per il futuro?


Sto scrivendo il seguito di “Ti guarderò morire”, dove riprendo in mano gli stessi temi, ma in maniera più approfondita e decisa. 
Mi aspetto molto da questo libro, che sarà un thriller molto diverso dal primo, e purtroppo, anche molto più “vero”.

 

 

Intervista a cura di Rosanna Sanseverino

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