Intervista a Sofia Domino, autrice di “Quando dal cielo cadevano le stelle”, un libro sull’Olocausto

cadevano le stelleIn questi giorni conosceremo le sorelle Domino, che hanno scritto due diversi libri ambientati nel periodo nazista e fascista. Hanno molto da raccontarci e una grande abilità nell’aver saputo affrontare un periodo della nostra storia molto importante e intricato, che non va dimenticato, soprattutto per le terribili stragi che sono state perpetuate e che ci auguriamo non si ripeteranno mai più.
Oggi intervistiamo Sofia Domino, che ci racconterà del suo libro sull’Olocausto e di Lia, la  straordinaria protagonista del suo romanzo.

 

Intervista a Sofia Domino, autrice di “Quando dal cielo cadevano le stelle”

Benvenuta nel nostro Blog, Sofia. Ti va di presentarti al nostro pubblico?

Grazie a voi per ospitarmi nel vostro Blog! Allora, mi chiamo Sofia e ho ventisei anni. Abito in Toscana con la mia famiglia, inclusa Rebecca, con la quale ho un bellissimo rapporto. Mi piace il mare, il sole dell’estate, mangiare e anche viaggiare. Sono stata numerose volte negli Stati Uniti ma sono andata anche in Francia e in Spagna. Inoltre, ho vissuto per un anno a Londra. La mia più grande passione però è la scrittura. Scrivo da quando avevo sette anni e adesso non potrei vivere senza sedermi davanti al computer e scrivere.

La protagonista del tuo romanzo è Lia, una ragazzina di tredici anni che vive il periodo nazista e fascista. Cosa ci puoi raccontare di lei?

Lia ha tredici anni, è una comune ragazzina italiana che, come la maggior parte delle sue coetanee, ama ridere, scherzare e giocare. Sogna di diventare un medico e come accade nelle più comuni famiglie, ha degli alti e bassi con i suoi genitori. Lia, però, non vive ai giorni nostri, ma durante la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo del fascismo e del nazismo, e la sua “colpa” è quella di essere ebrea. Dallo scoppio delle leggi razziali è costretta a nascondersi in numerosi rifugi al fianco della sua famiglia, e si sente tagliata fuori dal mondo. Lia è una ragazzina solare, dolce, sognatrice e anche molto coraggiosa, ma è anche nostalgica della sua vita di prima. Durante il periodo in cui è costretta a rimanere nascosta e a non fare il minimo rumore per non rischiare di essere scoperta, spesso si chiede perché molte persone ebree siano costrette a nascondersi, e si domanda se la notte il cielo sia ancora scuro, se i raggi del sole siano ancora così caldi, come stanno le sue vecchie amiche e, naturalmente, si chiede come sia diventata Roma adesso che c’è la guerra. Costretta a vivere a stretto contatto con la sua famiglia e a sentir parlare spesso della guerra, e a sentirsi minacciata dal nazismo, Lia inoltre cresce velocemente. Non c’è spazio per l’infanzia nella sua vita eppure, nonostante dei momenti di sconforto, non smette di confidare nel destino. È convinta che la guerra non vincerà sulla vita ed è certa che lei e la sua famiglia assisteranno tutti insieme alla fine della guerra. È certa che presto sarà di nuovo libera e potrà avere di nuovo dei diritti, quali salire in una macchina, andare in biblioteca, tornare nella sua vecchia scuola, o più semplicemente uscire… tutte cose che le sono state tolte solo perché ebrea. Nel corso del romanzo Lia vive anche il primo amore con un ragazzo ebreo, Hadas, che conosce grazie alla corrispondenza. Lia vive tante emozioni, ma sa che fuori la sta aspettando la vita vera. Nonostante le varie paure tutto però sembra andare per il meglio, ma d’un tratto una notizia sconvolge ogni cosa; è cominciata la caccia agli ebrei. Il 16 ottobre 1943, la Gestapo rastrella il ghetto ebraico di Roma e Lia e la sua famiglia vengono catturati e stipati in un carro bestiame. Destinazione Auschwitz. E il romanzo non si ferma, e ci ritroviamo con Lia dietro il filo spinato…

Lia verrà deportata ad Auschwitz con la sua famiglia, quanto conterà la sua determinazione nell’affrontare l’incubo imminente?

 La determinazione di Lia è essenziale per sopravvivere ad Auschwitz – Birkenau. Se durante la prima parte del romanzo Lia si sente “protetta” nei vari nascondigli, tutto cambia d’improvviso. Tutto viene distrutto. Lia viene privata di ogni cosa. Della dignità, della libertà, dei vestiti, dei capelli, dei suoi famigliari. D’improvviso Lia Urovitz non esiste più, ma esiste il numero 76903.

Nel romanzo mostro vari aspetti dei campi di concentramento e patiamo al fianco di Lia la fame, il freddo e le varie paure. Le SS sono spietate e Lia si ritrova costretta a lavorare per lunghe ore in condizioni disumane, viene punita, offesa, picchiata. E ha solo tredici anni. E vorrebbe semplicemente essere libera. Essere forti delle volte è difficile, ma Lia vuole tornare a casa, vuole riabbracciare la sua famiglia e confida nella sua determinazione. Vuole disperatamente continuare a sognare. Morti, malattie, neve, baracche, freddo, cani ringhiosi, pidocchi, allucinazioni, speranze, ferite esterne ed interne… delle volte Lia si sentirà spersa, ma lotterà con le unghie e con i denti per resistere, per dimostrare che la vita vincerà davvero su ogni cosa. Penserà spesso alla sua famiglia, anche quando sembrerà non esserci più niente da fare. Ma la forza di Lia è la vita. I suoi occhi scuri, profondi, brillano di una luce forte che sua nonna Myriam chiama appunto “vita”. E Lia ne è innamorata e pensa che una ragazzina ebrea abbia ogni diritto di sognare. C’è una frase che Lia ripete spesso “La vita è meravigliosa, non smettiamo mai di amarla”. Questa frase la custodisce nel suo cuore ogni singolo giorno e la condivide con i suoi famigliari, ripetendola ogni singolo istante della sua prigionia nei vari campi di concentramento. Infatti, durante il romanzo, Lia è obbligata anche a cambiare campo di concentramento e a spostarsi con le temibili marce della morte…

Il tuo romanzo tratta la vita dei deportati nei campi di concentramento. Per raccontarcela hai dovuto fare ricerche approfondite? Come ti sei preparata?

Per stendere la trama dell’intero romanzo ho dovuto fare ricerche approfondite e, inoltre, ho raccolto numerose testimonianze. Ho letto le esperienze di coloro che hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale a Roma, ma anche le testimonianze di tutti quegli innocenti che si sono visti portare via ogni cosa e si sono visti internare in un campo di concentramento. Ritrovarmi a stretto contatto con le testimonianze di bambini e adulti che si sono ritrovati dietro un filo spinato è stato doloroso, ma anche molto importante. Non solo ho letto libri e diari che trattano il tema della Shoah, ma mi sono anche ritrovata a leggere le poesie di tutti quei bambini che, costretti a indossare delle casacche a strisce, soli, spersi, si sono ritrovati in posti come Auschwitz. Tutti volevano semplicemente tornare a casa. Molte cose mi hanno toccata durante la stesura di questo romanzo, così come durante la scrittura. Ricordo ancora che, quando vivevo a Londra, visitai il Museo Imperiale della Guerra, che ha un’ala dedicata all’Olocausto. Ci sono immagini, filmati e ricostruzioni, e dietro ad una vetrata ci sono le “famose” casacche a strisce e centinaia di scarpe gettate a casaccio. Tutto questo fa riflettere e non volevo dare informazioni sbagliate durante il mio romanzo. Tutto quello che Lia vive ad Auschwitz e nel corso della storia è frutto di lunghe ore di raccolta di testimonianze e informazioni, per rendere davvero giustizia a tutti coloro – non solo ebrei – che sono stati rinchiusi nei campi di concentramento e che sono stati vittime del nazismo e della guerra.

Perché hai voluto narrare le vicende dell’Olocausto?

Ho sempre voluto parlare dell’Olocausto. Ancora prima di pensare di scrivere “Quando dal cielo cadevano le stelle” avevo già letto vari libri sull’Olocausto e avevo già visto numerosi film in merito. Sento il bisogno di dare una voce a chi non ne ha una, e sapevo che prima o poi avrei voluto dare una voce anche a una famiglia di ebrei. L’occasione è arrivata con “Quando dal cielo cadevano le stelle”, ed essendo io femmina, e capendo quindi meglio il mondo femminile, ho deciso che la mia protagonista sarebbe stata una ragazza, e allora le ho dato quella voce che meritava, cercando di rispondere alla domanda “che cosa significava essere ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale”. Persone uccise, famiglie separate, bambini, uomini e donne senza più dignità e libertà… non potevo restare indifferente a tutto questo e, grazie a Lia, spero di aver dato voce a tutte quelle persone che, durante la liberazione dei vari campi di concentramento, pregavano i vari liberatori dicendo loro; “Non dimenticateci, non dimenticatevi di noi, parlate di quello che è successo…” Ed io adesso sono qui, e dopo aver letto quelle testimonianze mi sento un po’ responsabile per i sogni di quelle persone che sono morte dietro un filo spinato, il cui ultimo desiderio era, appunto, quello di continuare a parlare di Auschwitz e degli altri campi di concentramento, del nazismo, della guerra…

Cosa vorresti che provasse il lettore leggendo il tuo romanzo?

  Credo che ognuno sia libero di prendere da un libro quello che vuole. Per quanto riguarda il mio romanzo “Quando dal cielo cadevano le stelle”, mi piacerebbe che i lettori potessero ricordare quanto è successo in un passato neanche troppo lontano, così da non dimenticare e da fare in modo che tali atrocità non siano ripetute. Mi piacerebbe anche che i lettori potessero capire quanto siamo fortunati oggi, specialmente in nazioni che come la nostra non sono colpite dalla guerra, e che potessero apprezzare maggiormente la vita. La vita è davvero meravigliosa, e se Lia, costretta a rifugiarsi in numerosi nascondigli e costretta a guardare il cielo oltre il filo spinato non ha mai smesso di lottare e di crederlo, possiamo farlo anche noi. Mi piacerebbe, inoltre, che i lettori potessero prendere un po’ dell’allegria e della positività di Lia, che pensa che anche quando la vita ci mette davanti a delle situazioni difficili, basti alzare lo sguardo e rivolgerlo altrove per trovare un punto sicuro, per trovare la pace in noi stessi e fuori.

Pensi che le vittime del nazismo siano oggigiorno ricordate abbastanza? Vittime di terribili stragi ce ne sono molte nella storia – ci basti ricordare le foibe, i gulag – credi che anch’esse vengano ricordate abbastanza da tutti?

 Penso che tali tragedie non siano mai ricordate abbastanza. Non nego però che fortunatamente numerose persone che s’impegnino per ricordare, organizzando eventi, scrivendo racconti, poesie, disegnando e componendo musica proprio per le vittime del nazismo, e trovo che tutto questo sia molto importante. Oggigiorno i sopravvissuti all’Olocausto sono sempre meno, basta ricordare la recente morte di Alice Herz Sommer, e una volta che i sopravvissuti non potranno più dare voce alle loro storie, che cosa rimarrà? Credo che ognuno di noi debba dare una mano affinché nessuno dimentichi che cosa è successo. Nel paese in cui vivo, conosco ragazze che non sanno neanche come si scrive Auschwitz, e in molti sanno che una ragazzina americana si è chiesta chi fosse Anna Frank. Forse era una fan di Justin Bieber? Cose del genere mi lasciano allibita e mi fanno capire che, forse, il nostro impegno per ricordare le vittime del nazismo non è abbastanza. Trovo che, però, l’Olocausto sia un tema molto più diffuso se paragonato alle foibe e ai gulag. Queste ultime atrocità, sfortunatamente, sono meno ricordate e secondo me è un peccato, perché troppe persone hanno sofferto esattamente com’è accaduto durante il nazismo. E allora perché non ricordare anche le vittime delle foibe e dei gulag, grazie a quest’intervista?

Non dimentichiamo le vittime del nazismo, ma non dimentichiamo neanche tutte le vittime dei massacri delle fobie e tutti coloro rinchiusi nei gulag.

Che significato ha il titolo del tuo romanzo?

Il mio romanzo s’intitola “Quando dal cielo cadevano le stelle” perché durante la Seconda Guerra Mondiale in molte nazioni gli ebrei erano obbligati a cucire sulle loro vesti la Stella di David, quella stella che, sotto altra forma, definiva gli ebrei anche nei campi di concentramento come quello di Auschwitz.  C’è una scena, nel mio romanzo, in cui sono presenti Lia, suo fratello Chalom di cinque anni e la loro nonna Myriam. Il bambino domanda perché gli ebrei sono costretti a cucire una stella sulle loro vesti e infine chiede; “Il loro posto non è nel cielo?”. La nonna risponde che sì, il posto delle stelle è nel cielo. “E allora perché le stelle devono essere cucite sulle vesti? Perché sono strappate dal cielo come gli ebrei sono strappati dalle loro case?”. Rispondere alla curiosità dei bambini è difficile, ma Myriam promette che prima o poi le stelle brilleranno solo nel cielo e che un giorno gli ebrei non saranno più forzati a cucire delle stelle sui loro vestiti. Quel giorno, però, nel 1943 non era ancora arrivato, e durante la Seconda Guerra Mondiale e in campi di concentramento come Auschwitz le stelle cadevano ancora dal cielo…

Diversi tedeschi di oggi ricordano con orrore l’Olocausto, forse più che molti altri popoli, nonostante l’incubo sia avvenuto nelle loro strade. Cosa ha fatto sì che prendessero coscienza di ciò che era avvenuto e che gran parte di loro aveva sostenuto, anche tacitamente?

Non subito alla fine della Seconda Guerra Mondiale il mondo credé alle testimonianze di coloro che furono rinchiusi nei campi di concentramento, e lo stesso vale per il popolo tedesco. Prima non tutti sapevano che cosa fossero i campi di concentramento, anche se forse, per alcuni, era intuibile.

Sappiamo di persone che durante il periodo del nazismo si sacrificarono pur di aiutare gli ebrei, e sappiamo de La Rosa Bianca, il gruppo composto da studenti cristiani che si opposero al nazismo, e questo significa che non solo alcuni del popolo tedesco erano a conoscenza dell’Olocausto, ma anche che lo condannassero. Solo con il tempo, però, ognuno ha scoperto che cosa è successo durante la Seconda Guerra Mondiale. Ho letto di testimonianze di tedeschi che, attualmente, sono sconvolti al pensiero che un loro parente possa essere stato, in passato, una SS, e so che la maggioranza dei cittadini in Germania sono contrari a quello che è successo e a quello che durante la Seconda Guerra Mondiale gran parte di loro aveva sostenuto, anche se tacitamente. Quello che mi sconvolge, è leggere di persone di differenti Paesi che ai giorni nostri supportano ancora il nazismo e che supportano gli ideali di Hitler.

Ci fornisci un indirizzo dove i nostri lettori possono seguirti?

Certo, collegatevi al mio blog al seguente indirizzohttp://sofiadominolibri.blogspot.com/ Aggiorno regolarmente il mio blog, dove è possibile trovare informazioni sui miei libri e su di me, e dove è possibile contattarmi.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sicuramente nel mio futuro ci sarà sempre posto per la scrittura. Scrivo giornalmente, anche per tenermi allenata, e il mio prossimo romanzo uscirà a giugno. Sarà un romanzo ambientato ai giorni nostri, in India. Le protagoniste sono due giovani donne e uno dei temi principali è la delicata amicizia che instaureranno. Entrambe vogliono lottare per i diritti, per la giustizia e per l’istruzione, ma niente è mai come sembra ed entrambe si ritroveranno coinvolte in qualcosa di troppo pericoloso. Come sfondo, appunto, abbiamo l’India, il Paese peggiore in cui nascere donna.

 

Grazie, Sofia, per aver partecipato alla nostra intervista. Ti auguriamo un buon proseguimento!

Grazie a voi e tanti auguri per il vostro Blog!

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