Quando meno te lo aspetti di Loretta Donini. Capitolo 27

Immancabile come sempre il nostro appuntamento settimanale con un nuovo capitolo della vicenda che tiene i nostri lettori con il fiato sospeso.

Di cosa parliamo?

Del nuovo capitolo della nostra amica Loretta donini che ci farà volare con la fantasia raccontandoci ancora una volta la storia d’amore fra Angela e Robert.

CAPITOLO 27

BISOGNO D’AMORE

Negli ultimi accordi presi, avevamo stabilito che qualcuno sarebbe passato a prendermi direttamente a casa, poco prima delle nove del mattino quel venerdì. Ci saremmo distribuiti in due auto così da occupare meno posti nel parcheggio dell’aeroporto. Poco pima che arrivasse il mio “taxi”, le persone a me più care erano venute a salutarmi. Flash sembrava entusiasta di ricevere carezze e moine da tutti quanti. Gabriele, forse già proiettato sulla sorte del nostro matrimonio, era accigliato e scuro in volto mentre io, ancora sconvolta dalle rivelazioni agghiaccianti di Anna sul suo passato, avevo il cuore dentro ad un pugno. Non gliene avevo parlato: dovevo elaborare, capire se, davvero, dietro a quella scottante verità, stesse la spiegazione dei suoi comportamenti perversi ed aggressivi. Stare lontano da lui forse mi avrebbe aiutato ad essere più obiettiva… In quel momento volevo soltanto evitarlo. Mi voltai verso Anna, in piedi accanto ad Elvira: nel suo sguardo lessi una mal celata tristezza e la vidi gonfiare il petto, sospirare. Guardai Claudio e Alice, che, in privato, mi aveva già salutato a dovere, facendomi mille raccomandazioni. Attraverso quegli occhi tersi e penetranti, mi stava trasmettendo pensieri che non avevano bisogno di fantasia per essere interpretati… “Vorrei tanto che incontrassi Robert… E’ una possibilità, no? Magari per strada o in un locale qualunque…” mi aveva detto e, dopo averla osservata con stupore, le diedi della pazza, ma lei aveva incalzato: “Non vorrai dirmi che intendi sprecare le serate a tua disposizione andandotene a letto presto? Starai a New York, a Los Angeles! E per un’intera settimana: sei tu la pazza se intendi chiuderti in albergo! E poi, in fondo, il mondo è molto più piccolo di quello che crediamo…”. Lei ci sperava, ci credeva ancora e, sotto sotto, anch’io ero ben consapevole che Robert avrebbe potuto facilmente trovarsi in una di quelle due metropoli, frequentate con assiduità. Dovevo ammettere di essermi ritrovata spesso a fantasticare sulla possibilità di un incontro fortuito con lui, ma ero certa che le probabilità fossero pari a quelle di trovare un ago in un pagliaio e poi, nel caso, non mi avrebbe neppure riconosciuta… Ero ulteriormente dimagrita in quelle ultime settimane ed, inoltre, avevo cambiato look ai miei capelli, passati dal biondo cenere ad un castano molto scuro, quasi corvino. Mi ero trovata a ripensare alla notte in cui, dal suo appartamento di Los Angeles, mi sconvolse con la passionalità di parole impresse in quella mail, poi… la sua voce, sensuale e calda, il suono della chitarra… Un brivido mi si arrampicò sulla schiena, esattamente come allora. Da quando ci eravamo persi vista, mi ero prodigata, più di quanto non avessi mai fatto nel cecare su internet qualunque notizia lo riguardasse, setacciando ogni sito tra quelli a lui dedicati. Mi premeva sapere se stesse bene, ma quelle notizie non potevano bastarmi: solo attraverso la sua voce ed il suo sguardo avrei potuto sincerarmene, invece mi ero dovuta accontentare di qualche intervista rilasciata dopo l’uscita di “Eclipse”.  Scoprii che durante la prima settimana di agosto, erano terminate le riprese di “Water for elephants”, inoltre alcuni fans dichiararono di averlo intravisto proprio mentre si imbarcava all’aeroporto di Los Angeles oppure di New York. Avevo scoperto nuovi scatti in cui Robert e la Stewart comparivano insieme. Faceva male, ma quella era la realtà e dovevo accettarla fino in fondo. Così doveva essere: non potevo che augurarmi la sua felicità.

Quando tutti ci accorgemmo che una BMW nera stava arrestando la sua corsa proprio davanti al cancello di casa, i bambini corsero ad abbracciarmi. Mi si strinse il cuore al pensiero di doverli lasciare per un periodo che mi sembrava lunghissimo, ma era necessario, per più di una ragione… Potevo dormire sonni tranquilli: erano in buone mani. Dopo essermi congedata da ciascuno dei miei cari, saltai in macchina: dunque avrei condiviso il breve viaggio in auto fino all’aeroporto con Nicole, una delle segretarie personali del direttore, e Marika. Alla guida, nientemeno che Lorenzo Montalti che, quella mattina, stranamente, si limitò molto nell’esibire la sua celeberrima parlantina, anzi, quasi non spiccicò parola. Lo guardavo con la coda dell’occhio. Lui mi restituì più volte lo sguardo dal retrovisore. Come fosse un film, rividi la scena alla quale, mio malgrado, avevo assistito appena due giorni prima, durante l’orario di lavoro. Entrando nel suo ufficio, che avrebbe dovuto essere deserto, per prendere un plico di documenti, trasalii prima per lo spavento, poi per lo stupore: lui e Claudia, la moglie di Andrea, erano in piedi dietro la scrivania in atteggiamenti inequivocabilmente intimi. Proprio lei! Non me l’aspettavo, ma nemmeno loro si aspettavano di essere scoperti proprio dall’unica persona che, là dentro, conosceva quella donna. Estremamente imbarazzati, parevano una coppia di ragazzini colti in flagrante dai propri genitori. Lorenzo aveva i pantaloni completamente aperti sugli slip, Claudia la camicetta di seta azzurra sbottonata fino in fondo che lasciava intravedere un reggiseno ciondolante bordato di pizzo, di quelli con il gancio anteriore. Dopo l’impatto iniziale, scusandomi, chiesi a Lorenzo dove tenesse quello che cercavo e mi indicò una delle scaffalature che stavano sopra le loro teste. Fu lui stesso a porgermi il plico, quindi lo afferrai e, senza fare commenti, mi richiusi la porta alle spalle. Claudia mi aveva atteso nel parcheggio sotterraneo per pregarmi di tacere sull’accaduto, anche se non ci conoscevamo poi così fondo. Non mi era mai stata particolarmente simpatica, ma le rassicurai. In coscienza, ero proprio l’ultima persona che avrebbe potuto permettersi di giudicarli e di creare il caos. Mi sentii come quando, da ragazza, tutti gli amici venivano a confidarmi i loro segreti: ne avevo custoditi a decine, più o meno importanti che fossero, ma, di fatto, non ne avevo mai lasciato trapelare neppure uno. Doveva essere Lorenzo, dunque, l’uomo con cui l’avevo vista amoreggiare sulla spiaggia la sera del mio compleanno mentre io, Alice e Francesco passeggiavamo, lo stesso con cui la sorpresi a parlare al telefono al supermercato tempo addietro, ma non osai domandarglielo. Quando si accorse del mio guardo indagatore, seppur discreto, non si scompose, tuttavia in quella frazione di secondo lessi nel suo un certo disagio, allora mi voltai a guardare fuori dal finestrino il panorama che passava veloce davanti ai miei occhi. Dopo gli ultimi, drammatici eventi che avevano sconvolto la mia vita, cambiare aria e lasciarmi alle spalle per un po’ il dolore, i conflitti interiori e la profonda solitudine che mi divorava dentro, era un grande sollievo, tuttavia l’incarico che Zuccherelli mi aveva affidato cominciava a procurarmi non poche preoccupazioni. Forse ero stata troppo spavalda nell’esibire la mia conoscenza dell’inglese e la mia eccessiva sicurezza aveva fatto sì che Zuccherelli mi attribuisse ottime capacità come interprete e relatrice: i concetti espressi dagli illustri personaggi che, nel loro susseguirsi, avrebbero preso la parola durante i due convegni, non sarebbero stati poi così semplici da tradurre. Temevo di non essere all’altezza un compito tanto arduo e di una responsabilità che andava al di là delle mie reali conoscenze, eppure non potevo più tirarmi indietro. Avrei dovuto impegnarmi a fondo per adempiere al mio dovere e ripagare il direttore della stima e fiducia riposta in me. Una volta giunti all’aeroporto, fui la prima ad effettuare il check- in, dopodiché mi fermai nell’area departures a guardarmi intorno, incuriosita da tutto ciò che mi circondava. Improvvisamente mi trovai di fronte un volto familiare. Ero sorpresa: non mi aspettavo che Francesco sarebbe venuto fin là… Non era certo per me che si trovava all’aeroporto , eppure mi strinse forte tra le braccia. Sembrava felice di vedermi. “Ciao Angy…” disse. Io chiusi gli occhi respirando il suo profumo, ma quell’abbraccio, come sempre amichevole, per me non aveva lo stesso significato, non più dopo quello che era accaduto la sera precedente… Ero convinta che nient’altro avrebbe potuto sconvolgermi più di quanto Francesco non avesse già fatto, invece era accaduto di nuovo…

I bambini dormivano ed io, non avendo alcuna ragione di starmene in casa, alle ventuno e trenta passai da lui per la mia consueta visita: ovviamente era ancora convalescente. I lividi sulla sua pelle olivastra cominciavano a schiarirsi, alcuni erano già scomparsi ed anche le ferite interne erano in via di guarigione. Marco, stranamente, non c’era quando arrivai. “Tutte quelle ore senza poter toccare terra lo angosciano”, mi aveva spiegato Francesco “ma non può certo rifiutarsi di partire proprio ora che è diventato un pezzo grosso della società, non credi?” aveva scherzato. “Dovrà farci l’abitudine” avevo incalzato. Visto che era solo, decisi di trattenermi più del solito, mentre, in presenza di Marco, restavo il tempo necessario a verificare le condizioni di Francesco: non volevo sottrarre loro i preziosi minuti che potevano passare insieme. Stavamo l’una di fronte all’altro, io compostamente seduta sul divano, lui, invece, completamente stravaccato su una specie di enorme, informe cuscino rivestito in alcantara verde scuro che, ad ogni spostamento, si modellava al suo corpo. Lo aveva acquistato di recente. Gli raccontai tutto riguardo alle ultime scoperte sul passato di Gabriele e ne restò scioccato e, al termine, tirò un sospiro guardandomi bene in faccia, come faceva di solito. “Intendi lasciarlo comunque?”. Mi presi la testa tra le mani. “Proprio non lo so… Mi fa pena, ma al tempo stesso, rabbia. Non voglio che mi tocchi e il solo pensiero di continuare a vivere in questa maniera mi angoscia da impazzire”. “Dovreste parlarne. Lascia almeno che ti dica il suo punto di vista, la sua versione dei fatti: se non altro potrebbe essergli utile esternare quello che probabilmente non è mai riuscito a dirti. Non capisco come gli sia stato possibile nascondere una simile verità ad una donna attenta e sensibile come te…”. Arrossii lievemente: i suoi complimenti mi facevano sempre un certo effetto. “Non lo so… Se solo avessi sospettato qualcosa… Mah, diamine! Mi ha tagliato fuori, Checco e, ad ogni modo, resta il fatto che io non lo amo. E’ l’unica cosa di cui sono sicura… Ho deciso che a tutto il resto penserò quando sarò tornata dall’America”. “D’accordo, come vuoi”, così proiettammo la conversazione sul viaggio, sui convegni, sulle mie improvvise preoccupazioni per l’incarico assegnatomi. Mentre parlavo, non facevo che pensare a  Robert e Francesco percepì all’istante i voli pindarici della mia mente e mi guardò con un sorriso malinconico. “Così vicini e così lontani allo stesso tempo, eh, Angela?” disse ad un tratto. Come fossi nuda, mi strinsi nelle spalle e sgranai gli occhi a dismisura. “Come diavolo fai a sapere quello che penso?”. “Io ti leggo dentro: è come se fossi trasparente ai miei occhi, dovresti averlo capito ormai” rispose aprendosi in un sorriso che, subito dopo, si spense per assumere uno strano cipiglio. “Perché mi guardi così?” domandai. “Devo assolutamente confessarti una cosa che mi preme da tempo: è probabile che, dopo, tu mi veda molto diversamente, che proverai repulsione nei miei confronti, ma voglio essere del tutto onesto con te…”. Mi stupì quella premessa: cosa doveva confessarmi di tanto orrendo? Ebbi immediatamente la mia risposta. “Anch’io… mi sentivo molto attratto da Robert…”. Il mio cuore ebbe un sussulto e sgranai gli occhi senza dire una parola. Interpretando la mia reazione, dichiarò: “Immagino di averti scioccata”. Inebetita balbettai: “Ma come? Mi stai per caso dicendo… che… lo hai desiderato in “quel” modo?”. Il suo sguardo si intensificò. “Esattamente: il suo fascino di giovane uomo, la sua naturalezza e la spontaneità che mostrava, il suo sguardo assolutamente magnetico, il suo sorriso… Mi avevano completamente destabilizzato”.                                                                                                       Incredula, mi tenevo premuta una mano sul petto: non fiatavo. Lui mi guardò in modo ancor più penetrante. “Ho provato invidia verso di te, lo capisci? Tu avevi il privilegio di toccarlo, accarezzarlo, baciare le sue labbra e la sua pelle, mentre io non potevo che accontentarmi di quella immancabile stretta di mano o di una pacca sulla spalla… Il resto l’ho immaginato attraverso i tuoi occhi, la tua pelle”. Mi sentivo gelida, come se il sangue avesse improvvisamente cessato di scorrere nelle mie vene. “E’ totalmente assurdo quello che ti sto dicendo, me ne rendo conto; forse ti è difficile comprendermi e, soprattutto, accettare serenamente la confessione di uno come me. Accetto la mia condizione di omosessuale, ma non amo ostentarla e ti assicuro che mi sono sempre comportato in maniera ineccepibile nei suoi  riguardi, anche se l’attrazione che sentivo era forte, quasi quanto lo è la tua, ma ero perfettamente consapevole fin dall’inizio di non avere chance… Con lui decisamente non ne avevo, tuttavia non posso nascondere di averlo desiderato fortemente”. La reazione del mio corpo si era invertita: il cuore pareva scoppiare e un intenso calore mi invase. Cosa dovevo provare per lui? Pietà, rancore oppure ribrezzo? Dunque mi aveva considerata una sorta di rivale… Non riuscivo a connettere dopo quelle parole, tuttavia cercavo di immaginare cosa avesse provato. “Questo è troppo anche per te, dovevo prevederlo…” disse mortificato, “perdonami Angela…”. Ma io non riuscivo ad avercela con lui: la bellezza dei suoi occhi e la sua dolcezza mi disarmavano; la sua franchezza e la sua onestà mi lusingavano. Lui si fidava di me e, in fondo, sapeva che io non lo avrei giudicato, qualunque cosa avesse fatto o detto. “Non voglio che ti scusi dei tuoi sentimenti: sei un essere umano e, se sei come sei, non significa che ci sia qualcosa di volgare e di sbagliato in te. Quello che hai dentro non puoi fingere che non esista e non puoi farci niente. Tu sei costretto a mascherarlo agli occhi di quelli che non ti capirebbero. Avresti dovuto odiarmi… non  diventare mio amico…”. Rise. “Odiare te? E perchè mai? Sono io il diverso, no? E poi, se non ci fossi stata tu, sarebbe stata un’altra donna a rubargli il cuore, o, quantomeno, il corpo, non certo io! E oltretutto odiarti per me è praticamente impossibile… Mi hai fatto tenerezza fin dal primo istante in cui ti ho vista: sembravi una ragazzina impaurita, schiva e riservata com’eri. Da sempre avuto la sensazione che quello che Robert ti scatenava dentro fosse talmente grande da agitare la tua vita come non ti era mai successo, eppure attraversavi la soglia dell’hotel e quei corridoi a testa bassa, senza quasi mai dire una parola. Tu non ci credevi. Lui era così naturale mentre stringeva la tua mano o ti metteva il braccio intorno alle spalle mentre tu ti facevi piccola e non sollevavi mai lo sguardo. Ho sempre fatto il tifo per te, invece: era con te che volevo pensarlo visto che io non avevo speranze…”. Erano parole dolci, le sue: il mio cuore sembrava impazzire. Sorrisi appena, imbarazzandomi come non mai. Che fosse un buon osservatore l’avevo capito, ma trovavo impressionante che la sua immaginazione arrivasse così oltre. “Io sono certa che se Robert avesse saputo che ti eri invaghito di lui, non ti avrebbe mai giudicato, né preso a pugni… ” dichiarai con sincerità mentre pensavo alle percosse che aveva incassato nel suo triste trascorso. Fui sorpresa vedendolo abbandonare lo strano, informe cuscino per venire a sedersi di fronte a me, sul divano per afferrare la mia mano. “Lo credi davvero?”. “Sì, sarebbe riuscito a capire: non ti avrebbe mai offeso, né umiliato, anche se non avrebbe potuto corrispondere i tuoi sentimenti… Del resto, da quando ha vestito i panni di Salvador Dalì , sono certa che l’omosessualità abbia cominciato ad apparirgli sotto una luce molto diversa, magari più profonda…”.  Vidi i suoi occhi illuminarsi, estasiati. “Litte Ashes, già… ”. Dunque anche lui lo aveva visto. “E’ una delle interpretazioni che preferisco”. Non cessò un istante di guardarmi. “Sei davvero molto generosa nel condividere le tue sensazioni di donna con me: mi fai sentire meno mostruoso di quello che credo di essere”. “Sei tutto meno che mostruoso, Checco, credimi…” affermai. “Se lo pensi davvero, allora sento il bisogno di farti un’altra domanda, però è molto, molto personale e, se non vorrai rispondermi, capirò…” e sembrava piuttosto imbarazzato. “Ti ascolto” lo incoraggiai. Prese un profondo respiro guardandomi con titubanza, quasi come se si fosse appena pentito, ma poi mi sussurrò: “Com’era fare l’amore con lui?”. Inevitabilmente le mie guance avvamparono, le pulsazioni del mio cuore aumentarono di colpo e ristetti cercando di sostenere il suo sguardo languido e sognante. “E’ stata… la cosa più incredibile che mi sia capitata nella vita, come toccare il paradiso più remoto ed irraggiungibile” mormorai. “Dimmi di più, Angela…” mi esortò speranzoso. Tremai. Chiusi gli occhi, ripercorrendo mentalmente i tratti del suo corpo, del suo viso. “Le sue mani erano gentili, al momento opportuno sicure, audaci. La sua pelle morbida, calda… Non aveva mai paura di guardarmi negli occhi e lo faceva come se, nel mio inglese, le parole non fossero chiare abbastanza senza il riflesso di essi. Robert sapeva tirare fuori il meglio di me senza che me ne rendessi conto. Non smetteva mai di baciarmi quando facevamo l’amore e anche nel momento in cui… beh… c’era da perdere la testa, non si è mai dimenticato di me…”. Aprendo gli occhi vidi che le sue palpebre continuavano a restare chiuse: sembrava estasiato dal suo fantasticare. “Non credevo che uno come lui, così celebre, giovane potesse interessarsi a me al punto da scavalcare a priori ostacoli quali la mia mediocrità, i miei dieci anni di troppo e le distanze per darmi tutto se stesso, senza riserve. Era così maturo, sorprendente, imprevedibile. So che mi ha amata davvero…” e in quell’istante, gocce salate mi inumidirono gli occhi. Francesco aveva aperto i suoi, ebbri delle fantasie che le mie parole avevano generato. Con la voce intorpidita mi disse: “Non è vero che lo hai dimenticato: lo ami ancora e sono sicuro che per lui è lo stesso. Per lui eri speciale, come anch’io ti reputo. Tu permetti a chi ti circonda di esternare la propria sensibilità senza provare il minimo imbarazzo” e mi posò dolcemente la mano sulla guancia. “Questo è un talento che affascina anche me… in qualche modo”.                                                                                                                    Abbassai immediatamente lo sguardo perché non potesse leggere, ancora una volta, i pensieri che si stavano moltiplicando nella mia testa. Forse amavo ancora Robert, eppure Francesco era una tentazione alla quale mi era estremamente difficile resistere, eppure dovevo assolutamente farlo. Dopo l’ultima volta in cui ci eravamo trovati a distanza ravvicinata, non potevo permettermi di fare nuovamente la figura da stupida, così cercai in tutti i modi di scrollarmi e di deviare il discorso. Feci spallucce. “Tu e Marco… Da quanto tempo vi conoscete?” gli domandai, allora. “saranno poco più di un paio di settimane, troppo presto per affrontare la sua prima volta. E’ come un adolescente che deve ancora imparare a conoscere la propria condizione e finché non sarà così, è inutile fare passi azzardati. In quel malaugurato pomeriggio la tua intrusione è stata provvidenziale… Se non fossi arrivata, avremmo commesso un grave errore: era talmente insicuro, teso. Sarebbe stato un trauma se fossimo andati oltre, si sarebbe solo spaventato”. Ero sbalordita, convinta che, invece, fossero diventati molto più intimi da quel pomeriggio… “Vorrei farti io una domanda personale se me lo permetti…” dissi di getto seppur con un certo imbarazzo. “Tutto quello che vuoi Angela”. “Com’è fare l’amore con un altro uomo? Cosa si prova?” balbettai con titubanza. Mi sorrise benevolo. “Credi ci siano molte differenze tra una coppia gay ed una etero? Intanto occorre lo stesso, reciproco desiderio, poi il resto viene spontaneamente: i baci, le carezze, l’eccitazione… L’amplesso in sé è decisamente intenso, seppure la penetrazione anale all’inizio sia piuttosto fastidiosa, a volte anche dolorosa, soprattutto se chi è passivo non è rilassato e psicologicamente pronto”. Sospirai. Conoscevo eccome quel dolore straziante… “La controparte, dal canto suo, dev’essere accorta, delicata in quella fase”. <Appunto> pensai tra me con rabbia. “Per rendere tutto più semplice si usano dei lubrificanti, sai com’è…” e scrutò i miei occhi in cerca di conferme, ma vi trovò una smorfia di disappunto che gli bastò per allungare una mano ed accarezzarmi una ciocca di capelli in un gesto consolatorio. “Nei confronti di una donna servirebbe il doppio della dolcezza…” commentò in risposta ai miei pensieri, ma avevo da porgli un altro quesito che da tempo mi assillava… “Angela… cos’hai? Sono stato forse troppo diretto?”. Scossi il capo e mi sforzai di guardarlo negli occhi. “Affatto. E hai mai fatto l’amore con una donna?”. Istantaneamente ritrasse all’istante la mano con la quale mi stava accarezzando la fronte, fulminato da quella freccia scagliata verso di lui. “Se proprio vuoi saperlo, sì”, rispose. “Con Zoe?” insistetti stringendo gli occhi. “Non solo. Zoe è stata l’ultima con cui mi è successo: l’adoravo, ma… non ha funzionato nemmeno con lei… Ho tentato, Angela, ho provato ad essere come gli altri uomini: ci sono state diverse donne nella mia vita dalle quali sono stato  attratto, ma al momento di fare l’amore, non sono mai riuscito a provare neppure la metà del piacere che riesco a raggiugere con un uomo con il quale, al contrario, mi sento appagato completamente. E’ stato frustrante e triste doverlo ammettere, ma è così…” mi confessò apertamente. Ad ogni precisazione o dettaglio, mi guardava come se, da un momento all’altro, io dovessi alzarmi e andarmene di corsa, eppure non ne avevo la minima intenzione: non inorridivo, né provavo repulsione per quelle sue affermazioni, ma solo curiosità e una velata compassione per lui che avrebbe voluto essere come gli altri e non poteva. “Capisco… è la tua natura, ma non puoi e non devi forzarla: non sarebbe giusto”. Francesco inghiottì vistosamente. Ancora una volta, fu capace di leggere i miei pensieri. “Questo marasma deve averti proprio scombussolato, ma una cosa è certa: se solo fossi un vero uomo, in tutto e per tutto, probabilmente non ti sentiresti tanto confusa e sola adesso…”. Sobbalzai. “Non dirlo Checco. Non avrei dovuto neppure sfiorare l’argomento”, ma tenne a precisare: “Quando sei venuta a pranzo, dicevo sul serio: Angela, tu mi piaci e, se lo volessi, sarei anche in grado di compiacerti, ma ti farei solo del male e non lo meriti. Tengo molto a te…”. Trasalii: “Cosa?”: io, Magdalena… Ero tutt’uno con quel personaggio che, evidentemente, mi perseguitava: come lei, mi sentivo rifiutata e, al tempo stesso, commiserata da un uomo che non avrebbe potuto sentirsi totalmente coinvolto da me, nonostante nutrisse un affetto profondo per me. In quel momento confusa lo ero davvero, ma la mia solitudine si dimenava per emergere in superficie e, finalmente, far sentire la sua voce. “Non avrei niente da perdere, in fondo… Sono certa che per lo meno tu sapresti alleviare il dolore delle mie ferite, anche se solo per il tempo necessario… come farebbe una dose di sostanze stupefacenti” dissi in un moto di disperazione, citando le parole di una sua stessa poesia. Sgranò gli occhi incredulo. “Nel tuo caso ne aprirei di nuove… non pensi a questo? Finito l’effetto, staresti peggio di prima. Ne vorresti un’altra dose, e poi? Dici questo solo perché ti senti persa e sola in questo momento, ma sei innamorata di Robert, non lo dimenticare… Tu eri perfetta per lui”. Mi irrigidii. “Robert… è un’utopia. Non posso farmi del male continuando a pensarci: l’ho perduto per sempre, capisci? Non mi restano che le sue lettere, la sua musica e dolcissimi ricordi. Non lo dimenticherò mai, ma cos’altro posso fare ora?”. Un turbine tempestoso prese a vorticare in modo incontrollabile: stavo per cedere alla disperazione. Checco era a pochi centimetri da me, bello con i suoi occhi blu e intensi, pieni di tenerezza. Fece per offrirmi il conforto delle sue braccia, ma scossi la testa. “Tu non puoi fare niente per me” affermai secca. Non avevo scoraggiato le sue intenzioni e mi attirò al suo petto dove, arresa, vi affondai il viso soffocandovi quelle grida. “Perché? E’ ingiusto! Il destino non può essere così crudele con me: mi illude lasciando che mi affezioni a uomini che, poi, non posso avere rinchiudendomi nuovamente nella mia gabbia di violenza e desolazione… Non ce la faccio più a vivere così! Possibile che l’unico amore immutabile sia quello che c’è tra me ed i miei figli? Sono così sbagliata da non meritare altro? Non so più cosa devo fare perché qualcuno che mi resti accanto…”. Francesco mi strinse più forte, premendo le labbra sulla mia tempia. “Non dire questo, ti prego… Certo che meriti di più; molto di più… Mi fai sentire più miserabile di quanto creda di essere…”, ma io non lo ascoltavo già più: affogavo nelle mie stesse lacrime, soffocavo tra i singhiozzi e l’isteria delle mie grida di dolore e rabbia, infine esplosi: “La colpa non è tua, è del destino: tu non puoi farci niente, io nemmeno, eppure sono sicura che sapresti trattarmi con dolcezza se…” e mi interruppi bruscamente per non pronunciare il resto della frase che, come una lama, avrebbe squarciato il mio cuore, ma poi aggiunsi: “Tu non mi faresti male, non mi umilieresti come se fossi una sgualdrina da quattro soldi: ho solo bisogno di qualcuno che sia gentile con me…” e, senza nemmeno capacitarmene, gli strinsi le braccia intorno al collo con la forza della disperazione. Incredulo mi allontanò per prendermi il viso tra le mani e scrutò il mio sguardo allucinato, supplichevole. “Dici bene: non mi comporterei mai tanto mostruosamente come ha fatto quello stronzo con cui dividi il letto. Saprei rispettarti, Angela, ma non sarei ugualmente un mostro se accendessi in te una vana speranza? Te ne pentiresti, rimarresti delusa e finiresti per odiarmi, credimi… Non potrei sopportarlo… Ora sei stravolta e la ragione è soverchiata dalla tua disperazione e dal tuo comprensibile bisogno d’amore… ”, ma io, senza nemmeno capacitarmene, gli avevo di nuovo stretto le braccia intorno al collo, avvicinando le labbra alle sue fino a sfiorargliele mentre cercava di bloccarmi le mani e di allontanarsi. “No, Angela, non farlo…”. Lo guardai a lungo, i miei occhi, tumefatti ed arrossati, divennero due fessure e, all’improvviso, prendendo coscienza del mio stato, allentai la presa, inorridita: per l’ennesima volta stavo mendicando sfacciatamente il contatto fisico che tanto desideravo avere con lui. Mi resi conto della mia sfrontatezza nel pretenderlo, così mi alzai dal divano scattando all’indietro. “Checco, scusami! Non volevo… non capisco proprio cosa mi stia succedendo ultimamente… Certo, è ovvio che tu non possa desiderarmi… come ho potuto anche solo pensarlo…” e, abbassando lo sguardo, mi afferrai la testa tra le mani, rassegnata e preda della vergogna. Ad un tratto, inaspettatamente, il calore delle sue mani sulle mie braccia nude: le sue labbra erano tanto vicinie che avvertivo sul collo il fiato caldo che ne fuoriusciva. Il cuore batteva forte, ma restavo di pietra, a testa bassa. “Non è questo il punto e te lo dimostrerò…” disse catturando il mio sguardo dopo avermi sollevato il mento. Mi persi in quel blu sconfinato, senza capire. “Chiudi gli occhi, Angela, e non aprirli per nessuna ragione. Voglio che pensi a Robert con tutta l’intensità di cui sei capace. Pensi di riuscirci?” sussurrò facendomi rabbrividire. Continuavo a guardarlo e a non capire. “Fai come ti dico” concluse. Non seppi che rispondere, eppure obbedii. Non era più davanti a me, ma di fianco. “Siediti” e mi aiutò a trovare il sofà. Fu il silenzio. Pochi istanti dopo un fruscio leggero alle mie spalle mi fece rabbrividire e, subito dopo, qualcosa di morbido si posò sulle mie palpebre premendo su di esse. Ero cieca sul serio. Trasalii. “Francesco, cosa vuoi fare? ” domandai confusa in tono drammatico: percepii un nuovo fruscio provocato dai suoi spostamenti. Mi prese la mano destra e capii che era di fronte a me. “Fidati di me. Focalizza ogni centimetro del tuo corpo e della tua mente su Robert, ora ”. La sua voce calda e modulata come un fluido penetrava nei meandri del mio cervello, ipnotizzandomi: mi sentivo paralizzata, incapace di parlare e, all’improvviso, le sue mani si insinuarono tra i miei capelli, quindi il calore delle sue labbra su una guancia, il loro contatto sulla mia pelle. L’emozione mi toglieva il fiato. Sfiorò appena le mie per passare a baciarmi sull’altra guancia, poi discese fin sul collo, assaggiandone la superficie bollente. Intanto le sue braccia si stringevano intorno a me, scivolandomi lungo la schiena, fino alla cintola dei pantaloni. Premette sulle spalle perché mi adagiassi sul divano. Posò le mani sul mio ventre, considerevolmente appiattito rispetto ad alcuni mesi prima, e le insinuò sotto la maglietta, accarezzandolo con una leggera pressione, quindi risalì lentamente fino allo sterno, tra i miei seni. “Sento la tua emozione Angela… Se vuoi che mi fermi, devi soltanto chiederlo”. Non volevo: volevo solo perdermi… Attraverso la lycra i miei capezzoli si tesero al contatto dei suoi polpastrelli, eppure non osai emettere un suono, né un solo mugolio, ma sospirai, sforzandomi di immaginare gli occhi di Robert, il suo calore. Fu più facile di ciò che mi aspettavo. Francesco aveva un tocco sapiente, ma delicato: arrotolò la maglietta fino a sfilarmela, mi trattenne i polsi lungo i fianchi e appoggiò la guancia sul mio petto, baciandone la pelle con dedizione e maestria. Stentavo a trattenere il mio respiro, divenuto irregolare. Le sue labbra, intanto, scorrevano verso il basso, fino all’ombelico. L’immagine di Robert era incredibilmente nitida nella mia testa. Mi sentivo eccitata, ma anche se cercavo di nascondere quell’imbarazzante stato d’animo, era impossibile… A quel punto liberò i miei polsi ed abbassò la lampo dei miei pantaloni. Per un attimo fermò le sue mani, come se attendesse il consenso per poter continuare ed io, sospesa nel limbo, aspettavo… Fu un attimo: li tolse senza tergiversare oltre. Trasalivo ad ogni nuovo spostamento delle sue mani, delle sue labbra: non avrei mai creduto possibile che, nel suo disinteresse per il sesso femminile, potesse così generosamente farmi provare quelle sensazioni… Cosa avrei dato per capire se stesse provando qualcosa…  Mi accarezzò ancora, poi posò una mano sui miei fianchi. “Sembri molto più magra rispetto alla prima volta che ti ho vista, o forse è solo una mia sensazione…” constatò. “Da un po’ non ho un rapporto molto sereno col cibo…”. “Capisco: hai subito moltissime delusioni, pressioni, violenze. Fai attenzione: non devi trascurarti… Sei, comunque, molto bella” mi sussurrò all’orecchio. “Dici sul serio?”.  “Sai che lo penso”. Sospirai. “Come riesci a fare questo? Dovresti provare repulsione… sono solo una donna in fondo…”. “Non provo repulsione” e con un dito sfiorò le mie labbra. Con la mano destra scese verso il basso, arrestandola all’altezza del mio basso ventre, sopra le mie mutandine attraverso le quali, con ampi gesti, cominciò ad accarezzarmi. Inevitabilmente lo stato di eccitazione in cui venni a trovarmi fu tale da inondarne la carne. Avrei voluto più di ogni altra cosa stringermi a lui, sentire il calore della sua pelle contro la mia. Avrei voluto accarezzarlo, toccarlo a mia volta, ma non me lo avrebbe mai permesso. Non disse una sola parola. Fece scivolare via le mie mutandine e con incredibile lentezza e movimenti gentili e rispettosi insinuò la mano fra le mie cosce. Volevo tanto vedere i suoi occhi, allora cercai di abbassare quel lembo di stoffa che premeva sulle mie palpebre, ma ancor prima che vi portassi la mano, me lo impedì. “No Angela, non farlo: resta dove sei e continua a coccolarti nella tua illusione. Robert è qui, è dentro di te: sentilo” ed affondò lentamente due dita all’interno della mia intimità, muovendole, spostandole contro le pareti, portando fino allo spasimo la mia eccitazione che non riuscivo più a controllare: soffocai un gemito contro il morbido schienale di quel divano: non potevo fare altro, cieca com’ero, bloccata dalle regole che Francesco aveva dettato ed alle quali dovevo sottostare. Continuava a toccarmi, a compiacermi senza avere nulla in cambio. Mi portò all’orgasmo e, affondando sempre più forte la faccia nel cuscino, soffocavo il resto dei miei gemiti, quasi che potessero urtarlo. Intanto le sue labbra premevano forte sul mio collo, sulla guancia, infine mi baciò la fronte e si allontanò per lasciarmi respirare. Spossata dalla tensione a dai sussulti, mi lasciai andare. Allora mi attirò sul suo petto, mi accarezzò dolcemente il viso e i capelli. “Basta così… Di più non posso concederti…” disse sciogliendo il nodo alla benda che, per tutto il tempo, mi aveva impedito di guardarlo negli occhi. Intorpidita dalla luce della stanza, seppure fioca, incrociai finalmente il suo sguardo. Avevo colto il significato di quella frase… o almeno così credevo. Mi strinsi a lui nascondendo il mio viso tra il suo collo e la spalla, con lacrime agli occhi: dovevo essergli grata, anche se lo aveva fatto isolo per pietà, ma era stato così dolce e premuroso, proprio come avevo immaginato. “Grazie… Immagino quanto ti sia costato…” riuscii a dire. “E’ stato molto naturale, invece, ma devi sapere che non è il motivo per cui mi sono fermato…”. Non avevo capito, dunque? “Ma… allora?”. Prese il mio viso tra le mani. “Io ti bacerei, Angela, ti prenderei e farei l’amore con te, qui e ora, ma semplicemente non voglio che succeda… Il punto è proprio questo: mi piaci fin troppo, ma ti ho già detto che andrebbe a finire come in un film che ho già visto altre volte: resterei insoddisfatto e non cercherei più di avere rapporti con te. Dal canto tuo ti sentiresti frustrata, anche se sai come stanno le cose, ma non lo accetteresti e ti perderei per sempre, ma forse ti perderò comunque…”. Quella spiegazione avrebbe dovuto chiarirmi le idee, invece mi sentivo più confusa di prima. “Potresti… tentare. Non mi hai dato nemmeno l’opportunità di sfiorarti…”. “Ed è così che deve essere”. In silenzio cominciai a rivestirmi e lo guardai seria. “Hai per caso paura che, invece, potrebbe piacerti?”. Non rispose alla mia domanda, ma corrugò la fronte pensieroso. Cercai di avere tutta la sua attenzione e gli sollevai il mento. “Checco, guardami in faccia: ma tu sei davvero omosessuale? No, perché sinceramente non mi è proprio possibile crederlo ora…”. Strinse i pugni nel vedermi tanto decisa e si lasciò andare ad un sospiro. “Se fossi soltanto omosessuale sarebbe tutto molto più semplice, invece non è così! Io sono ambisessuale, Angela: non puoi e non devi innamorarti di uno come me, né ora, né mai! Io non posso contraccambiare ed anche nel caso mi piacesse, come dici tu, una settimana dopo potrei già tradirti, magari con un uomo. Come la prenderesti? Saresti in grado di accettarlo? Io dico di no: tu non sei come me, ma hai dei valori. Tu ed i tuoi figli avete bisogno di una stabilità che io non posso darti. Meriti molto di più che una banderuola come me e lo sai anche tu. Se fosse solo una questione di sesso, ti farei di tutto, ma non ti basterebbe: tu non sei fatta per sostenere una relazione così superficiale, non sapresti fare sesso al solo scopo di appagare i tuoi istinti carnali, altrimenti avresti lo avresti fatto praticando almeno un po’ di autoerotismo…”. Trasalii guardandolo interrogativa e notevolmente imbarazzata. “E tu che ne sai?!” sbottai contrariata. Sorrise sardonico. “Ho capito subito che non l’hai mai fatto. Sei così incredibilmente innocente… Ti farei solo del male, forse te ne sto già facendo… Possiamo rimanere amici, se lo vuoi ancora…”. Mi allontanai bruscamente da lui, perplessa, seccata e senza nemmeno guardarlo, risposi a tono: “Dovresti lasciare che sia io a decidere per me, non ti pare? E se fosse proprio un rapporto fisico quello che cerco?”. Scrollò lentamente il capo. “Angy, non prenderti in giro: sei così orgogliosa, non ammetteresti mai che ho ragione io. Non sei fatta per il sesso fine a se stesso. Tu sei molto profonda, sensibile ed anche se ti ostini a negarlo, io so quanto sei vulnerabile, in realtà. Tuo marito ti ha già torturata abbastanza e tu hai affrontato coraggiosamente i suoi soprusi, ma ora hai il diritto di essere felice. Avrei dovuto farlo davvero sbattere in galera quel farabutto! Io ti voglio un bene immenso e ti trovo una donna speciale. Volevo soltanto alleviare la tua solitudine, farti rivivere nel ricordo di Robert, ma quello che è accaduto stasera non dovrà più ripetersi: spero che tu lo capisca ”. Mentre terminavo di vestirmi , pensavo ad ogni singola parola uscita dalle sue labbra e, mio malgrado, dovetti ammettere che aveva ragione su tutto, così cominciai a farmi una ragione del fatto che, più che un amico, davvero non potessi considerarlo…

“Se stai cercando Marco, è al check- in” lo informai. “E suo padre dov’è?” mi chiese guardandosi intorno con circospezione. “Anche lui”. Prima che aggiungesse altro, suggerii: “Allontanati e aspetta laggiù, accanto a quegli enormi vasi di ficus Benjamin.  Appena arriva, lo trascinerò da quella parte con una scusa qualunque, così potrete salutarvi come si deve e senza sguardi indiscreti puntati addosso…”.  Dopo quella mia generosa proposta mi osservò basito: probabilmente non si aspettava tanta cortesia dopo quanto accaduto la sera precedente. “Grazie, sei molto carina…”. Gli sorrisi timidamente. Quando Marco sbucò dall’ascensore insieme a Lorenzo ed a Ermanno e lo presi a braccetto trascinandolo via con me, fu non poco sorpreso. “Ma che fai!?” esclamò contrariato. Con uno sguardo lo ammutolii dicendo sotto voce: “Silenzio e stai al gioco”. “Ma dove andate?” domandò immediatamente suo padre. “Volevo mostrare a Marco una cosa, tanto c’è ancora tempo prima dell’imbarco”. “D’accordo. Noi andiamo a prenderci un caffè: state all’erta o perderete il volo!”. Ero veramente diventata un asso nel raccontare frottole… Mi allontanai con lui a grandi passi mentre gli altri proseguirono verso la zona duty free, piena di graziosi negozietti ben allestiti ed ordinati. “Hey, non tirare così, sei impazzita?” mi disse cercando di rallentare il passo. “Ti conviene muoverti invece…”e svoltato l’angolo, ci trovammo di fronte Francesco. Il suo sorriso radioso brillava negli occhi di Marco mentre si guardavano con infinita dolcezza. Feci per dileguarmi e lasciarli soli quando Marco mi afferrò un polso trattenendomi, poi mi sfiorò la fronte con un bacio. “Scusami… Grazie di cuore”, poi fu la volta di Checco che mi guardò intensamente, scatenando dentro di me quel turbinio di sentimenti che continuavo immutatamene a provare per lui. “Buona fortuna piccola: stai tranquilla, sarai impeccabile e… grazie…” disse teneramente.  “No, grazie a te…” risposi mentre mi passava davanti ciò che solo noi due potevamo sapere. Dopo venti minuti venne annunciato il nostro volo ed immediatamente ci recammo al gate per l’imbarco. Ero emozionata. Mi sedetti al mio posto che, fortunatamente, era accanto al finestrino. “Posso?” e sollevai lo sguardo nella direzione dalla quale la voce proveniva. Era Marco. “Tu? Certo…ma, non dovresti sedere con tuo padre, Lorenzo e Salvatore?”. “No, per carità! Sai che paranoia dover parlare per ore di impianti, pannelli e investimenti? Voglio trascorrere questo lungo viaggio insieme a qualcuno che possa risparmiarmi un simile strazio: ne avremo l’occasione una volta arrivati, ti pare? Già che mi sto angosciando da morire: otto ore di volo, mio dio!”. Mi fece ridere. “Accomodati pure” dissi gentilmente. “Grazie, mi stai salvando la vita: posso farti una confidenza?”. Annuii, così avvicinò le labbra al mio orecchio, parlottando sotto voce. “Io Lorenzo non lo sopporto proprio: parla troppo per i miei gusti, e poi è un gran lecchino, te lo dico io, ma resta il fatto che è anche tremendamente geniale ed intuitivo negli affari, accidenti a lui, altrimenti avrei convinto mio padre a licenziarlo… Mi da veramente sui nervi”. Non potevo crederci: anche lui la pensava come me e glielo feci presente. Ridemmo insieme. Arrivò il momento del decollo, così allacciammo le cinture. Una volta partiti, Marco si rilassò completamente. “Vorrei ancora ringraziarti per quello che hai fatto poco fa all’aeroporto. Checco non ha fatto che raccontarmi di quanta sensibilità e intelligenza tu sia ricca…”. “Non c’è di che. Io faccio quello che sento giusto fare” dissi lievemente imbarazzata. “Già, ma nel nostro caso le persone non sono mai tanto generose, dovresti saperlo, anzi…” affermò tristemente. “Io sono io. Tu e Checco potrete sempre contare su di me quando avrete bisogno di una copertura” e gli feci l’occhiolino. “Sei davvero una persona speciale Angela, me ne rendo conto ”. In quello stesso istante mi si strinse il cuore: se avesse saputo quello che era successo, che lo avevo tradito ancor prima di diventare amici, mi avrebbe mollato all’istante… Provavo un grande senso di colpa, anche se non significava niente, almeno per Francesco. “Dove vi siete conosciuti?” gli chiesi cercando di parlare a bassa voce. “Al Cafè degli Artisti più di due settimane fa: ero con degli amici e sono rimasto folgorato dal suo sguardo come da un fulmine a ciel sereno. Mi sono avvicinato per prendere un mohjto ed abbiamo cominciato a parlare e più parlavamo, più mi rendevo conto che il suo modo di guardarmi alimentava in me la speranza di conoscerlo meglio e, dopo quella sera, abbiamo cominciato a frequentarci. E’ un uomo straordinario, forte, così sicuro di sé…”. C’era una luce nello sguardo di Marco mentre parlava di lui . “Ti sei innamorato?” mi venne spontaneo domandargli.  “E’ assurdo dirlo dopo così pochi giorni passati insieme, ma sì… credo di esserlo, in ogni caso, mi sento soggiogato dal suo fascino, tuttavia…” si interruppe guardandomi, indeciso se continuare quella conversazione. “Tuttavia?” gli feci eco “puoi parlare tranquillamente se te la senti: io non mi creo alcun tipo di  problema”. Inghiottì la saliva, poi proseguì pur con titubanza. “Ecco… ho una paura fottuta Angela: non ho mai avuto rapporti sessuali con un uomo… Li ho sempre temuti: è stata dura per me accettare la mia omosessualità ed ora temo di non essere all’altezza: chissà quante esperienze ha accumulato lui fino ad ora , mentre io sono…ehm… vergine. In realtà non so nemmeno se lo voglio davvero, mi sento confuso, eppure mi attrae da morire”. Lo guardai benevola. “Beh, Checco è un uomo maturo e sono certa che è anche molto comprensivo: saprà aspettare che tu sia pronto per un passo del genere. Secondo me non devi frustrarti: quando il momento sarà quello giusto lo saprai. Questa è una regola che vale per tutte le prime volte del mondo” scherzai e riuscii a farlo sorridere. “Sei molto saggia: mi piace parlare con te, è come se ti conoscessi da sempre. Non sei stronza come la maggior parte delle persone che mi conoscono, soprattutto, non stai ridendo di me.”. Era così tenero mentre mi diceva quelle cose: nonostante i suoi ventotto anni sembrava un ragazzino, anche nel gergo disinvolto cha utilizzava. Risultava davvero difficile immaginarlo come socio di un’imponete impresa come la Sun Light System. “Sono abituata da sempre a custodire i segreti altrui, praticamente è diventato un hobby: ne ho una vasta collezione, sai?”. L’affermazione lo divertì. “Allora devi essere un’esperta” disse facendomi l’occhiolino e accarezzandomi il dorso della mano sinistra, aggiunse: “Grazie, davvero”. Estrassi il mio buon vecchio lettore mp3 dalla borsa che mi ero portata appresso quando, improvvisamente Marco esclamò: “No! Cazzo! Ho dimenticato di mettere l’i-pod nel bagaglio a mano, che razza di idiota!”. “Beh, se la mia musica ti piace, possiamo condividere…” proposi porgendogli uno dei miei auricolari. “Grazie, sai che paranoia altrimenti… Esclusa la conversazione con te, s’intende” volle precisare mentre se lo posizionava all’orecchio. Gli sorrisi e osservai con quale espressione avrebbe accolto le prime note dei miei tre adorati ragazzi inglesi. “Uhm… non è esattamente il mio genere, ma sempre meglio di niente…” disse onestamente ed io incalzai scherzosa: “Dopo tutte queste famigerate ore di volo passate ad ascoltarli, finirai per amarli… o per odiarli a morte!”. Non passò neppure mezz’ora dalla partenza che era già crollato in un sonno profondo con la testa inclinata sulla spalla sinistra, sembrava esausto. Mi venne spontaneo il premuroso gesto di abbassargli il sedile perché stesse più comodo: abbassai anche il mio decisa ad imitarlo, ma prima di coricarmi, sentii il bisogno di andare in bagno. Stavo per chiudermi dentro la cabina quando me lo trovai alle spalle. “Ma che ci fai qui? Stavi dormendo un attimo fa… ”. Non rispose, sorrideva soltanto. Entrambi Immobili, continuavamo a guardarci. Si avvicinò, mi strinse le braccia intorno alla vita, cosa che non mi sarei mai  aspettata: ancor meno, mi aspettavo che protendesse il viso verso il mio per baciarmi. Inchiodata da quel gesto inaspettato, non riuscivo a connettere: per alcuni istanti non mi lasciò prendere fiato, poi si staccò da me dicendo: “Come vedi io non mi tiro indietro: non sono certo un vigliacco!”. Ero stupita: Francesco gli aveva forse parlato di quello che era successo tra noi? No, non poteva essere! In una frazione di secondo, il tempo di un battito di ciglia e Marco mi apparve completamente senza vestiti addosso con un sorriso malizioso ad incorniciare il suo viso dai lineamenti delicati: io indietreggiavo, mentre lui avanzava verso di me. “E questo che significa? Fammi uscire di qui, non voglio!”, ma non mi dava ascolto, era sempre più vicino. “Che dici? Tu lo desideri eccome…” mi contraddisse una voce maschile comparsa improvvisamente dal nulla dietro di me. Ero sicura che non vi fosse nessun altro all’infuori di Marco che continuava a sorridere spavaldamente con lo sguardo rivolto ora a me, ora a colui che aveva pronunciato quella frase alle mie spalle: decisi di voltarmi per svelarne l’identità: inspiegabilmente mi trovai faccia a faccia con Francesco che, con aria disinvolta e sicura di sé, mi osservava insistentemente mentre gettava ai miei piedi l’ultimo indumento che gli restava addosso. Trasalii senza capire ciò che stesse accadendo: volevo urlare più forte che potevo, ma le corde vocali erano bloccate dall’agitazione e dallo stupore. “Tu? Come… hai fatto ad imbarcarti? Io non ti ho visto salire sull’aereo…” furono le uniche parole che riuscii a balbettare. “Che importanza può avere: sono qui per finire ciò che avevo cominciato…” e con un gesto rapido mi afferrò ai fianchi attirandomi a sé. “Ora sono pronto: baciami!” mi ordinò offrendomi le sue labbra: le avevo desiderate così tanto, eppure non le sfiorai mentre la sua intimità turgida premeva contro di me: mi resi conto che nemmeno io avevo più nulla indosso, quel contatto era diventato audace, era pelle… Mi sentivo avvolta da uno strano torpore che mi intontiva: ero in sua balìa. Marco, ancora dietro me, mi imprigionò col suo corpo mentre la sua erezione premeva contro mie natiche. Mi trovavo stretta in una morsa di calore umano, sensuale. Cominciavo a trovarlo piacevole, quasi naturale e, passivamente, restavo a cullarmi tra i loro corpi, i loro sessi senza sapermi opporre, eppure inorridivo al tempo stesso. Ragione e istinto, di nuovo, duellavano per avere il sopravvento sulla mia volontà. Fu allora che le loro mani si intrecciarono, malgrado me. Francesco dimenticò le mie labbra, ancora inesplorate, e offrì a Marco le sue, protendendo la testa al di sopra della mia spalla. Dischiuse, cercavano con bramosia i suoi baci. Inerme assistevo a quello scambio impetuoso di labbra e di lingue, ma mi resi conto che, in realtà, era Robert che Francesco stava baciando! Le fantasie tanto intime che aveva condiviso con me si stavano dunque materializzando? Ero confusa, agitata, volevo andarmene, ma i loro corpi premevano con maggiore forza il mio. “Non puoi andartene adesso! Mi sei mancata così tanto… Ti voglio Angela!”. Il suono della voce di Robert era come un canto di sirena per me, ma lo era anche quella di Francesco che, a sua volta, continuava a trattenermi le mani sui fianchi. “E’ quello che voglio anch’io, ma voglio anche lui, lo sai. Sarà meraviglioso, ti piacerà… Lasciati andare ai tuoi sensi, lascia che siamo noi ad occuparci di te…” e mi baciò finalmente le labbra mentre Robert mi baciava tra le scapole accarezzando la mia intimità. Afferrò la mano di Francesco e, trattenendola sotto la sua, lo invitò a spingere le dita dentro di essa. Non potevo oppormi, solo respirare affannosamente e godere di quelle carezze, di quello strano ma intenso scambio di piacere che Robert e Francesco si regalavano, ma ad un tratto poi, smarrita e ansiosa gridai: “Robert… come puoi pensare di dividermi con lui!”. “Sei tu che desideri entrambi, quindi non posso che accontentarti”. Non capivo più nulla: Francesco ritrasse la mano, Robert mi girò la testa all’indietro ed insinuò la sua lingua nella mia bocca, infine disse con quella voce calda ed avvolgente che tanto mi era mancata: “Ti amo, dolcezza e meriti la ricompensa per tutto il dolore e la solitudine che ti stanno spaccando il cuore”. La sua mano si protese fino ad appoggiarsi sopra il sesso di Francesco e glielo accarezzò mentre lui cominciò a goderne. Io li guardavo entrambi socchiudere gli occhi e compiacersi a vicenda, come se quella situazione fosse del tutto consueta. Quando ne ebbe stimolato al massimo l’erezione, lasciò che fosse proprio Francesco ad unirsi a me, mentre lui, restando incollato alla mia schiena, mi baciava la nuca.

Non appena aprii gli occhi, la prima cosa che vidi fu lo sguardo allarmato di Marco, seduto accanto a me. “Ti senti bene?”. “Credo di sì…” risposi mentre ero ancora assonnata, in bilico tra sogno e realtà, confusa ed un po’ stordita: avevo gli occhi bagnati di lacrime e il cuore che batteva all’impazzata. Si era trattato nuovamente di uno dei miei stranissimi ed improbabili sogni, così intensi da risultare palpabili.  “Beh…hai dormito per quasi quattro ore: non sei stata di grande compagnia!” mi apostrofò scherzando ed io strabuzzai gli occhi. Non potevo crederci: erano mesi che non dormivo così tanto e senza interruzioni! “Ho cercato di svegliarti per il pranzo, ma non c’è stato verso: per un attimo ho creduto che ti sentissi male, che ti trovassi in una specie di coma, ma poi…”, s’interruppe. “Cosa?” incalzai. “Poi hai cominciato ad agitarti nel sonno, a borbottare qualcosa di incomprensibile ed, infine, a piangere. Persino gli altri ti hanno sentito i tuoi mugolii e sono passati vedere che stava succedendo e Marika ha tentato di svegliarti, ma è stato impossibile… Era una pena starti a guardare. Non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa stessi vedendo in quei momenti”. Mi strinsi nelle spalle: non volevo e non potevo dirglielo. “Sono mortificata che vi siate così preoccupati per me, ma mi sento benone. Ho solo bisogno del bagno e di sciacquarmi il viso” e detto questo cercai di alzarmi rapidamente dalla poltrona sotto lo sguardo attento di Marco, che non sembravo avere convinto, e raggiunsi la toilette. Avevo la nausea e mi venne da vomitare nonostante non avessi ingurgitato nulla da più di sette ore: mi rinfrescai il viso e mi sciacquai per bene la bocca nel tentativo di eliminare quel sapore disgustoso e acre. Il sogno dal quale mi ero appena destata era chiarissimo ed ogni sensazione che avevo provato era ancora viva dentro di me: malgrado somigliasse ad una vera e propria perversione sessuale, capii che aveva un significato profondo. Erano stati proprio i miei desideri più reconditi, ammassati l’uno sull’altro dentro di me a condizionare il mio inconscio, gli stessi che continuavo a negare a me stessa rifiutandomi di ammettere che esistevano. Erano stati i miei sentimenti soffocati, inconfessabili, la mia maledetta solitudine, la mia sofferenza a scatenare una simile esplosione . Francesco e Robert erano entrambi gli uomini che in quel momento consideravo i più importanti della mia vita e che, attraverso quelle visioni oniriche, volevano generosamente curare le mie ferite, darmi entrambi quello che mi mancava: l’amore, nella sua espressione più totale, assoluta, attraverso il calore dei loro corpi e delle loro anime. Non ero malata, né pazza o forse lo stavo diventando ed ero solo all’inizio…

 

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