Quando meno te lo aspetti di Loretta Donini. capitolo 32 seconda parte

Ecco a voi la seconda parte del trentaduesimo capitolo del romanzo di Lory!

Buona lettura!

CAPITOLO 32

SECONDA PARTE

PROVE DI CORAGGIO

“Siamo quasi arrivati” disse dopo aver riattaccato con quello che consideravo mio acerrimo nemico.

“Non posso accompagnarti… Dobbiamo salutarci qui” aggiunse con grande rammarico.

“Posso capirlo” gli assicurai gettandomi tra le sue braccia senza perdere tempo: posai la guancia contro al suo petto lasciandomi inebriare dal suo odore. Mi strinsi tenacemente a lui sperando che mi restasse addosso il più a lungo possibile.

“Hey, vacci piano! Sono ancora convalescente, ricordi?” scherzò senza alcuna intenzione di svincolarsi da quell’abbraccio.

Il suo respiro caldo sulla fronte precedette un tenero bacio, poi me ne diede altri sulle palpebre, sulle guance, infine prese le mie labbra tra le sue, assaporandole  e trattenendole più a lungo od ogni contatto per arrivare a togliermi il fiato riempiendomi con la sua lingua, smaniosa di brandire la mia. Non avrei rinunciato a lui, per niente al mondo: al diavolo Nick e tutte le sue stronzate! In quell’istante mi resi conto di quanto lo sentissi parte di me: avrei affrontato qualunque ostacolo per stare con lui, come le lunghe attese tra un incontro e l’altro, i bagni di folla o quei famigerati, eventuali commenti di insidiose malelingue. Ero sicura che avrei superato tutto per amore, eppure dovevo ancora fare i conti con Gabriele e con tutti i dubbi che avevano cominciato seriamente a insidiare la mia mente.

<Sia quel che sia> pensai scrollandoli.

“Ti amo così tanto…” sussurrai al suo orecchio, sicura di me.

Robert parve illuminarsi e si abbandonò ad un sospiro, poi disse sottovoce, affinché il tassista non potesse udirlo: “Oh, Angela… Non sai cosa ti farei in questo preciso momento… se solo potessi…”: non appena la vettura si arrestò nel pressi del parcheggio dell’aeroporto, si protrasse verso l’uomo e gli domandò di lasciarci soli. Tremavo e lo guardavo stupita.

Mi sfiorò maliziosamente la nuca con due dita che, poi, insinuò sotto lo scollo della camicetta, accarezzando con dolcezza la mia pelle, fino alla scapola. Cercai ancora i suoi occhi, ansiosa, tesa: Robert era così imprevedibile a volte… Sorrise appena, senza perdere la concentrazione, spostando le dita lungo la mia giugulare: trasalii quando le sue labbra si sostituirono ad esse, aprendosi e chiudendosi sinuosamente per afferrare delicatamente la mia carne, fin dove terminava la scollatura.

Nel contempo, la sua mano destra mi afferrò al di sotto del ginocchio sinistro per risalire abilmente sulla mia coscia nuda, sotto la gonna in jersey.

Ero in preda ad un turbinio di sensazioni: sentivo il respiro gonfiarmi il petto ed uscire irregolarmente mentre quello di Robert, altrettanto accelerato, si infrangeva prepotentemente sulla mia pelle, bruciandola. Spostò verso l’inguine la mano ampia per poi sfiorare il sottile strato in lycra che separava le sue dita dalla mia intimità, ma non lo oltrepassò, continuando a passarvi con delicatezza i polpastrelli. Ogni muscolo all’interno si contraeva per l’eccitazione, mio malgrado.

“E’ troppo pericoloso” sussurrò con un filo di voce, roca e piena di desiderio mentre io, inchiodata al sedile, mi lasciavo travolgere dalle emozioni che provavo grazie al suo tocco e fui io stessa a cercare la sua pelle, che raggiunsi dopo avergli sfilato la maglietta dai pantaloni: tamburellai sulla sua nuca, sulle scapole e giocai con i capelli corti ed ordinati sulla sua nuca e lasciai scorrere le dita sulla schiena di Robert e quando furono sul suo petto, ne strofinai i capezzoli. Si lasciò sfuggire un mugolio compiaciuto guardandomi intensamente.

“Ho sete di te come chi vaga da giorni nel torrido deserto” sussurrò baciandomi le labbra, risucchiandole tra le sue “e come chi, da giorni non tocca cibo, ti divorerei” e prese nuovamente tra i denti la mia carne, mordendomi delicatamente all’altezza della spalla, poi sull’avambraccio ed, infine, sul polso integro, mentre il calore del suo fiato e della sua lingua ne accompagnavano ogni più impercettibile spostamento.

I capezzoli si erano inturgiditi sotto la maglietta che avrei tanto desiderato levargli e che sollevai inconsapevolmente.

“No… non lo fare: non saprei fermarmi…” mi disse cercando di controllare l’inesorabile accelerazione del suo respiro mentre si costringeva a ritirare la mano da parte più intima del mio corpo alla quale si era ancorata. Le spostò entrambe sui miei fianchi afferrandoli saldamente e mi trascinò a cavalcioni sopra di lui. Ero senza fiato. Sfilò una delle mie mani dal sotto la t-shirt per portarsela alle labbra, baciandola, strofinandola contro la sua guancia; quella barba di due giorni mi faceva il solletico.

“Vorrei che fossi mia” disse “soltanto mia e non doverti più dividere con nessun altro uomo” dichiarò.

“Lo sono, Rob…” lo rassicurai.

“Non come vorrei” volle precisare e quelle sue mani affusolate, quelle dita lunghe da pianista, apparentemente così delicate da sembrarne incapaci, mi attirarono con prepotenza sopra il suo ventre.

In mezzo alle gambe, la mia intimità pulsava in maniera frenetica sentendo la sua la sua erezione premervi attraverso i jeans: era per entrambi una sofferenza non poter placare il desiderio di possederci, eppure Robert continuava a stringermi, come se, invece, fosse dentro di me.

“Credimi, sto impazzendo Angela…” mi confessò con occhi languidi, umidi stringendo poderosamente le natiche tra le sue mani.

“Anch’io, Robert, non immagini quanto…” risposi con voce instabile, soffocando i miei respiri rotti sul suo collo: non volevo staccarmi da lui, ma si stava facendo davvero tardi…

“Devo assolutamente andare” affermai, violentandomi dopo essermi girata indietro a sbirciare l’ora sul tassametro illuminato.

“Sì… lo so… Vorrà dire che mi conserverò per quando verrai a Londra… Preparati” disse sorridendo, infine scambiammo un ultimo bacio,  lento, profondo mentre le sue mani, a malincuore, allentarono la presa.

“Ci vediamo fra tre settimane, amore mio. E’ stato bello averti con me, condividere il letto, la doccia ed ogni momento di gioia o anche di dolore, perché no, come una vera coppia”.

“Hai ragione… e ne sono accadute di cose in tre giorni, non credi?” scherzai cercando di rendere meno doloroso il moment del distacco.

“Altroché” sottolineò lui “ma non mi pento di niente. Non mi interessa quello che dice Nick. Non mi interessa nemmeno quello che i giornalisti vanno raccontando. Sono io che controllo la mia vita, cazzo!”.

“Non stizzirti, ora” lo tranquillizzai e, guardandolo con riconoscenza, aggiunsi: “Voglio ringraziarti, per tutto quello che hai fatto fino ad ora: ti sei messo nei guai a causa mia, in tutti i sensi”.

Accarezzò la mia mano.

“Sai che rifarei ogni cosa, anche la più stupida e apparentemente insensata per te e, comunque, ricorda che è stata proprio la mia popolarità a causare molti dei tuoi guai…”.

Sorrisi. “Sai che rifarei ogni cosa, anche la più stupida e apparentemente insensata per te…” gli feci eco usando le sue stesse parole ed un risolino gli sfuggì spontaneo.

“Che fai, mi sfotti?” disse aiutandomi a ricompormi mentre ridevo a mia volta.

“Ma no… è solo che è così anche per me. Sai, stavo pensando alla grandiosa opportunità che ho avuto di conoscere personalmente Kristen… E’ davvero una ragazza brillante, ma, al tempo stesso così modesta: avevi ragione tu…” gli  feci presente, ben consapevole che quell’affermazione avrebbe alimentato in me strane congetture: forse il mio intento era quello di verificare la sua reazione.

Sembrò alquanto sorpreso di quella dichiarazione e abbozzò un sorriso sghembo dicendo con superbia: “Certo, io scelgo bene le mie compagnie e comunque anche lei ti trova interessante per essere una che sta <fuori dal giro>, per dirla alla sua maniera. Le sei simpatica”.

Dopo quelle parole, mi ritrovai stranamente a pensare che, se non fossi arrivata io come un fulmine a ciel sereno nella vita di Robert, avrei desiderato che fosse proprio lei la sua compagna, mio malgrado, la ragazza della quale ero stata gelosa in diverse occasioni. Mi era bastato vederli insieme quella volta soltanto per rendermi conto della sorprendente alchimia che c’era effettivamente tra loro, quella di cui tutti parlavano da sempre che li faceva sembrare così affiatati…

 

I miei colleghi e il Direttore erano arrivati prima di me: dopo aver lasciato il Crown Plaza per recarmi alla Centrale di Polizia, non avevo più avuto occasione di parlare con nessuno di loro, neppure con Marco il quale, appena mi vide arrivare di corsa per il timore di essere in ritardo al check in, sorrise salutandomi con la mano: potei ricambiarlo soltanto con un cenno del capo avendo le mani occupate dal bagaglio.

Ero ancora in tempo e prima che toccasse a me, Marika e Nicole restarono a farmi compagnia, soprattutto per avere notizie sugli sviluppi della mia triste  vicenda ed esprimere il loro disappunto nonché una lunga lista di ingiurie e all’indirizzo del nostro insospettabile e distinto ex collega.

Tutti erano rimasti scossi da quella faccenda, soprattutto Marco e gli altri, intervenuti sul luogo del misfatto, eppure sui volti di Lorenzo, di Daniele e dello stesso Marco c’era molto altro: la curiosità. Di certo sapere che tipo di relazione ci fosse tra me ed il protagonista della saga di “Twilight” era un loro desiderio sfrenato, ma nessuno ebbe il coraggio di parlarne. Forse temevano le ire di Zuccherelli che aveva intimato loro di mantenere scrupoloso riserbo. L’unico ad avvicinarmi fu Lorenzo, approfittando del fatto che eravamo noi due gli ultimi a sottoporci al check-in mentre gli altri si erano già trasferiti nell’area departures. Mi infastidiva anche solo il pensiero delle domande che certamente aveva intenzione di rivolgermi, così, prevenendo la seccatura, mi preparai mentalmente risposte che non fossero  compromettenti.

Mi sorrise, senza l’ombra della consueta superiorità.

“Certo che il tuo è stato un tradimento in grande stile…” esordì parlando a bassa voce e lasciandomi di sasso.

“Come dici, scusa?” trasalii.

“Ho detto che ci hai lasciati tutti secchi: nessuno avrebbe mai sospettato che tu l’avresti mai fatto e con un personaggio del genere… Ma come….?” e s’interruppe guardandomi quasi con ammirazione.

“Lascia stare… Troppo complicato” tagliai corto.

“Scusa, non volevo essere invadente, ma… ammetterai che è insolito…”. “Già…” sospirai. “E tu, con Claudia?” domandai indirizzando la questione sul suo di tradimento.

Allargò le braccia. “Devo sembrarti un perfetto imbecille: mi sono fatto beccare nella più imbarazzante delle situazioni, come un ingenuo…” si colpevolizzò.

Lo guardai meglio negli occhi: non sapevo proprio che dire.

“A proposito, volevo ringraziarti per non averne fatto parola né con Zuccherelli, né con nessun altro al lavoro… Se fosse giunta voce della mia bravata fino a lui, oltre che a fare una figura davvero barbina, sono certo che mi avrebbe sollevato dal mio incarico e sbattuto giù dalla piramide. Ricominciare daccapo, come un qualunque, normalissimo impiegato mi umilierebbe più di qualunque altra cosa al mondo… senza offesa, naturalmente…” sottolineò infine, ma nonostante quell’affermazione non fosse delle più felici, il tono con cui  gli era uscita era stato talmente funesto da farlo sembrare addirittura umano rispetto a come mi era sempre apparso nella sua superbia di tuttologo.

“Accidenti, quale onore!” lo apostrofai sarcastica “Il grande Lorenzo Montalti che ringrazia me, la Franchini, un’impiegatuccia mediocre dei bassifondi…”.

Parve contrariato.

“Così mi fai sentire come un emerito stronzo, però…” si lagnò.

“Ma è quello che dimostri di essere: hai sempre trattato tutti noi con sufficienza e superiorità per farti bello agli occhi del Direttore. Lo sanno tutti quanto sei opportunista ed ambizioso, ecco…”.

Lorenzo sgranò gli occhi, colpito da tanta schiettezza. “Cavolo… E come mai sei stata così comprensiva da salvarmi le chiappe se hai un’opinione tanto bassa e meschina di me?” domandò curioso.

“Perché io non sono come te: non devo fare le scarpe a nessuno e, comunque, spifferare certi segreti non fa parte del mio modo di essere, anche perché credo non potermi affatto permettermi di giudicare… Puoi ritenerti fortunato che sia stato io e non Marka, ad esempio, a sorprendervi nel tuo ufficio quella mattina…”.

“Per carità! Con lei l’avrebbe saputo anche il TG5!” esclamò mettendosi le mani trai capelli esagerando il paragone.

Ame venne da ridere.

“Comunque sei stato un po’ troppo ingenuo a scegliere un posto così rischioso per… una scappatella: ma come diavolo ti è venuto in mente?” lo ammonii come una madre rimprovera suo figlio.

Fu lui a sospirare.

“Lo so, ho fatto una cazzata di proporzioni cosmiche, ma Claudia era là per un appuntamento: doveva stipulare un contratto e quando l’ho incrociata nei corridoi era così… sexy… Ho letteralmente perso la testa e, visto che Ermanno mi sapeva fuori zona per un sopralluogo presso un’azienda agricola, ne ho approfittato rubando mezz’ora al mio impegno per stare da solo con lei, sicuro che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di entrare nel mio ufficio mentre ero assente, per la cronaca. Sono stato un cretino, hai ragione tu…” si giustificò battendosi il pugno sulla fronte.

“Già… la spiaggia era decisamente un posto meno sospettabile, ma non così a prova di bomba, a quanto pare…” allusi, convinta più che mai che fossero loro i due che amoreggiavano su quella sdraio a Cesenatico. Lui stesso me lo confermò.

“Ma…com’è possibile?! Allora è una congiura!” si stupì guardandomi di sottecchi.

Scossi la testa. “Allora eravate voi: l’ho sempre sospettato. Si è trattato di un puro caso, ma la mia bocca era cucita già allora, stai tranquillo. Da quanto tempo vi frequentate?” osai domandargli.

“Qualche mese, poco più di sette, forse. Lei è… come una droga per me: non posso farne a meno: è sexy, è passionale, bellissima. E quello stoccafisso di marito che si ritrova nemmeno la guarda: gran testa di cazzo!” si infervorò. “Allora, adesso me lo dici cosa c’è tra un’impiegata italiana della Sun Light System ed un famoso attore americano?” chiese con diplomazia.

Emisi un lieve sospiro.

“Non è americano, ma inglese. E va bene, Lorenzo, se proprio vuoi saperlo, la nostra è una relazione doppiamente complicata, sul serio” risposi sempre alquanto vaga, così, nonostante l’estrema curiosità che continuava ad animare il suo sguardo, si limitò a dire: “Non aver paura: ti renderò il favore mantenendo il tuo segreto, è una promessa”.

Emisi un lungo sospiro sconsolato.

“Il mio probabilmente non lo resterà ancora per molto: quando entri nel giro della popolarità niente è più al sicuro”.

“Mi dispiace… e mi dispiace anche per le orribili esperienze che hai vissuto, sinceramente. Non lo meritavi, sei una persona leale. Ti sono grato, Angela”.

Gli sorrisi benevola. “Ti credo. Grazie a te per quello che hai detto: alla fine neanche tu sei poi tanto male… Potevi giudicarmi e non lo hai fatto”.

Mi porse la mano ed io gliela strinsi.

“Non sono un santo, ne sono consapevole: anch’io ho un figlio e una moglie, ma certe cose nella vita accadono e basta, quando meno te l’aspetti… Nemmeno io avrei il diritto di giudicare te, quindi non lo faccio e non voglio sapere cosa ti abbia spinto a tradire tuo marito”.

Il suo sorriso e le sue parole ci rendevano complici, simili, in qualche modo. Ci spostammo anche noi nella departures.

“Devo andare alla toilette, scusami” mi disse, infine, congedandosi.

Restai sola, ma soltanto per un istante: mentre ripensavo alla nostra conversazione, il Direttore, notandomi tra il viavai di gente, venne a stringermi la mano. Aveva uno sguardo triste, sconsolato e mi chiedevo se fosse per causa mia. Non potemmo che scambiare qualche fugace parola poiché l’imbarco era oramai imminente.

“Siccome il viaggio di andata è stato piacevole, potrei sederti accanto anche per il ritorno, Angela?” disse Marco sorprendendomi alle spalle.

Mi voltai sorridendogli.

“Naturalmente!” dissi entusiasta, ma mi incupii notando all’istante il suo sguardo velato: aveva pianto, era più che evidente.

“Cosa c’è che non va?” domandai premurosa.

“Niente… davvero”.

“Non mentire con me: hai un aspetto orribile e i tuoi occhi ti tradiscono. Puoi parlarmene, se vuoi” provai ad insistere.

“Sediamoci” mi invitò indicando le poltrone a noi destinate. Non smettevo di fissarlo sperando che si confidasse.

“Ieri sera ho detto a mio padre la verità…” esordì mentre una lacrima tornava a brillare affacciandosi dai suoi occhi lucenti come agata scura.

Il cuore mi tremava per lui: mi sentivo in empatia e lo ascoltai senza interrompere. Scosse la testa.

“Avresti dovuto vedere con quale sguardo mi scrutava, Angela, come se per ventotto anni avesse avuto un figlio che non riconosceva più… Mi sono sentito un verme: sporco, viscido ed insignificante. Dopo tutto quello che ha dovuto passare per crescermi, per farmi studiare, guarda in che modo ripago i suoi sacrifici! Non sono altro che un mostro”.

Marco parlava sottovoce perché orecchi indiscreti non ascoltassero la nostra conversazione, ma il tono era grave e i singhiozzi cominciarono a scuotergli il petto con prepotenza.

“Calmati, non fare così… ” lo esortai con infinita dolcezza: inaspettatamente posò la fronte sulla mia spalla, disperato, sconfitto. Gli cinsi le spalle, piuttosto minute per un giovane uomo della sua età, e lo esortai a continuare: “Cosa ha detto tuo padre?”.

“Mi ha chiesto se stavo scherzando, ma visto che sulla mia faccia non c’era ombra di ilarità, gli sono venute le lacrime agli occhi e, intanto, si chiedeva perché fossi diventato frocio così all’improvviso. Ho cercato di fargli capire non lo si diventa, che non è una scelta, ma sembrava non potermi capire tanto era smarrito. Avrei preferito morire e lo vorrei tutt’ora!” disse soffocando un altro singulto affondando la testa nel mio grembo, incurante di chiunque assistesse alla scena. Provai compassione, povero ragazzo. Se solo ci fosse stato Checco… Lui avrebbe saputo trovare parole migliori delle mie per consolarlo…

Gli accarezzavo ripetutamente i capelli mossi e castani sotto gli occhi indiscreti di alcuni vicini di poltrona che guardai in cagnesco obbligandoli a dirigere altrove la loro attenzione.

“Marco, tu non sei affatto un mostro, ma una persona sensibile e dolce, onesta e con la testa sulle spalle: sono certa che tuo padre non l’ha dimenticato: devi solo dargli un po’ di tempo per…”.

“No” ribatté senza lasciarmi finire “l’ho deluso, ucciso, capisci? Forse sta maledicendo il giorno che quella puttana di mia madre mi ha dato alla luce e poi ci ha lasciati soli. Sarebbe stato molto meglio per tutti se avesse deciso di abortire…” tuonò duramente.

Alla parola <aborto> mi si accapponò la pelle. Allora non erano solo chiacchiere di corridoio quelle che giravano sul conto della famiglia Zuccherelli…

“Non vedere le cose in modo così negativo: se è andata così e se sei in questo mondo, evidentemente una ragione c’è” cercai di sollevarlo.

“Non venirtene fuori con argomenti sulla carità divina o princìpi religiosi. Non li sopporto!” e sembrò davvero irritato dalla mia introduzione.

“Ma non lo stavo facendo: dicevo solo che tu sei importante come qualunque altro essere umano che possa definirsi tale, soprattutto per tuo padre”.

Il suo sguardo torvo sembrò addolcirsi.

“Restando in argomento religioso, pare che tu non ti chiami <Angela> per puro caso…” ed accennò ad un timido sorriso. “Grazie di avermi ascoltato e  grazie anche per la forza che stai cercando di trasmettermi. E pensare che dovresti essere tu ad aver bisogno di essere  consolata dopo i guai che  hai passato negli untimi cinque giorni…” e mi sfiorò il dorso di una mano con la sua.

“Non ci pensare: io non sopporto di vedere le persone soffrire ingiustamente se la soluzione è più facile da trovare di quello che sembra. Vuoi un consiglio? Vai a rinfrescarti il viso e guardati allo specchio: impara ad accettarti per quello che sei” lo esortai affettuosamente.

“Ci proverò… Ti chiedo scusa per averti coinvolta in tutto questo e per il ton sgarbato col quale ti ho parlato” disse asciugandosi la faccia con il fazzoletto che gli stavo porgendo e sul suo volto pallido e provato tornò un po’ di luce.

“Non ci pensare: non me la prendo per così poco” dissi facendogli l’occhiolino.

Si alzò dalla poltrona e  seguì il mio consiglio.

Cominciai a riflettere: stavo per farne una delle mie.

Di scatto mi alzai avanzando fra le poltrone in direzione di Raffaele ed Ermanno, seduti ed impegnati in una blanda conversazione.

“Scusate se vi interrompo” mi intromisi rivolgendomi ad entrambi, poi guardai il primo: “Ti dispiacerebbe cedermi il posto per dieci minuti? Dovrei parlare un momento col Direttore” gli domandai.

“Non c’è problema” rispose Raffaele rendendosi disponibile, così avvenne lo scambio.

“Angela, qual buon vento?” mi chiese Zuccherelli.

Io osservai i solchi sempre più marcati della sua fronte, gli occhi infossati ed i capelli brizzolati, ordinati e composti nella consueta pettinatura con la riga da una parte.

“Non farò inutili giri di parole anche perché l’aereo partirà a breve: so tutto a proposito di Marco”.

Restò di pietra.

“Lo sa? E da quando?” si stupì agitandosi.

“Da qualche settimana, ma non si allarmi, la prego: nessun altro ne è al corrente, almeno non per causa mia. Non mi permetterei mai…” cercai di rassicurarlo. Si prese la testa tra le mani, in un gesto di disperazione.

“Ma com’è possibile? Non c’è un modo per guarire, per tornare indietro?” e mi guardò speranzoso, come se si aspettasse nientemeno che la risposta che voleva sentire, ma dovetti deluderlo.

“No. Vede, non stiamo parlando di una malattia passeggera: è un modo di sentire, di percepire, mi scusi il termine esplicito, l’altro sesso. E’ una condizione interiore, una questione ormonale, una natura impossibile da modificare…”.

Mi guardò tristemente scuotendo la testa.

“Mio figlio… un omosessuale… Ho sopportato ogni sorta di dolore nella mia vita, ma questo… anche questo… non ce la faccio…” si lamentò sconsolato.

“Posso comprenderla: è una notizia di certo sconvolgente per lei, ma provi a pensare a quello che vi lega. Io non conosco Marco da molto tempo, ma posso dire che è un ragazzo straordinario, sotto tutti i punti di vista, così sensibile, intelligente e onesto. Le vuole bene e ha una profonda stima di lei: sapeva di darle un dolore, ma ha avuto coraggio perché è sicuro dell’affetto che provate l’uno per l’altra. Andava fatto. Ormai è un giovane uomo capace di innamorarsi, come chiunque altro…”.

Ermanno parve smarrito, intimorito dalla mia ultima affermazione.

“Innamorarsi? Lei intende dire di un altro uomo?” disse in un soffio di fiato.

“Sì. Ne ha tutto il diritto e di certo vorrebbe che lei accettasse il suo compagno in quanto oggetto del suo amore, che accettasse entrambi”. Ermanno si massaggiò le tempie sospirando e rimanendo in silenzio per un bel po’.

“Un compagno” ripeté come per capire il significato di quella parola.

“E pensare che, per un po’, ho creduto che si fosse preso una cotta per lei, Angela…”.

Restai interdetta. “Cosa?”.

“Ma sì… sembrava così evidente… In questi giorni ho notato il modo assiduo in cui cercava di appartarsi con lei, scherzando e parlando fitto, infatti avrei voluto suggerirgli di non importunarla, ma mi ero fatto un’idea sbagliata…”.

Sorrisi dolcemente: il mio capo, tanto austero e tutto d’un pezzo mi sembrava un bambino smarrito e solo di fronte a un problema più grande di lui. Scossi la testa dovendo contraddirlo.

“Siamo diventati buoni amici: si è confidato con me, ecco perché ci ha sorpreso più volte a parlare di soppiatto. E’ una situazione difficile da concepire e da accettare, me ne rendo conto, però Marco resterà per sempre lo stesso figlio che ha cresciuto ed amato in tutti questi anni e che, vista la fiducia che ha riposto in lui eleggendolo come socio in affari, evidentemente non l’ha mai delusa. Se la sentirebbe di dire che non gli vuole più bene o addirittura, che lo odia?”.

Inorridì: “No, naturalmente no… Oddio, sono così confuso… Come dovrei comportarmi quando i miei dipendenti verranno a saperlo e cominceranno a ridere di lui e, magari, anche di me?” si allarmò.

“La cosa più importante è che non sia proprio lei il primo a vergognarsi di Marco dando in pasto la sua dignità a qualunque stupido che si permetterà di giudicarlo, al contrario: deve essere fiero di lui come e più di come lo era fino a ieri, solo così potrà mettere tutti a tacere. Alla fine non importa quello che pensano gli altri, ma la sua stima per lui è fondamentale”.

Ermanno si passò il dorso della mano sulla fronte invecchiata.

“Credo abbia ragione lei; non so come ringraziarla… Sa, non sono abituato a trattare argomenti tanto delicati e confesso che è ciò che più mi è mancato di una presenza femminile in tutti questi anni. Se Marco avesse avuto una madre, si sentirebbe quanto meno capito anziché sotto accusa” ammise il pover’uomo commosso “ma adesso dov’è?” chiese voltandosi verso le poltrone dov’era momentaneamente seduto Raffaele, cercandolo con lo sguardo.

“L’ho mandato a sciacquarsi il viso: poco fa era molto in pensiero per lei: teme che non lo perdonerà mai per essere quello che è”.

Il Direttore tirò un sospiro profondo.

“Mi dispiace tanto, non avrei dovuto reagire così male”.

“E’ comprensibile, vi serve tempo e avrete bisogno di parlare…” gli posai una mano sulla spalla. “Sapevo che lei era una persona eccezionale. Eccolo che arriva. Buona fortuna, a più tardi”.

Mi sorrise, sempre impacciato e schivo.

Quando tornai al mio posto, chiesi a Raffaele di restare dov’era. Intercettai lo sguardo di Marco che, trovando la sua poltrona occupata, rimase di stucco e prima che aprisse bocca, lo precedetti.

“Vai da lui” dissi semplicemente.

Rimase per un attimo in sospeso a guardarmi per capire cosa stesse succedendo, ma poi seguì il mio ennesimo suggerimento. Lo raggiunse e gli sedette accanto: si scambiarono un caloroso abbraccio e mi sentivo felice di essere riuscita a riavvicinarli. Mi infilai gli auricolari e, chiudendo gli occhi, tornai ai miei pensieri finchè mi addormentai saporitamente per almeno un paio d’ore, svegliata di soprassalto da un paio di fitte all’addome. Mi recai subito alla toilette.

<Ecco, ci mancava anche questa…> pensai afferrando un assorbente dalla mia borsa e mentre mi davo una sistemata, calcolai mentalmente: il ciclo era in anticipo di un paio di settimane. Com’era possibile?

“Ma che razza di anticoncezionali sono questi?” mi lamentai sbuffando seccamente. Appena mi chiusi la porta alle spalle, mi imbattei nella figura esile e sbarazzina di Marco, fermo ad aspettarmi.

Mi schioccò un sonoro ed inaspettato bacio sulla guancia.

“Grazie e non ho bisogno di dirti perché. Ti voglio bene come una sorella maggiore”.

Arrossii violentemente per una dichiarazione tanto speciale, ma i sensi di colpa verso di lui dovuti a quello che era successo tra me e Francesco la sera prima della partenza mi torturavano mentre lui, privo di qualunque sospetto, mi abbracciava teneramente.

 

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