Quando meno te lo aspetti di Loretta Donini. Capitolo 34 parte prima.

Oggi, puntualissimi, pubblichiamo la prima parte del nuovo capito di Loretta.

Buona lettura a tutti!!!

Capitolo 34

RAPPORTI COMPLICATI

Dopo il rientro dagli Stati Uniti, non avevo avuto un attimo di tregua: ero così indaffarata che mangiavo quasi sempre di fretta e poco, a volte senza neppure sedermi a tavola, prodigandomi nell’assolvere a tutti i miei doveri di madre e di impiegata. Il lunedì successivo, per Chiara, era cominciata la scuola e, pochi giorni dopo, anche l’inserimento di Nicolas alla materna e, per seguirlo, mi fu necessario chiedere alcuni giorni di congedo lavorativo. Me ne erano rimasti solo tre a disposizione per rielaborare i numerosi appunti che io, Nicole e Marika annotammo nel corso dei due congressi.

Il Direttore aveva affidato a me il compito di realizzare una stesura completa e dettagliata del rapporto che, peraltro, dovevo consegnare in settimana.

Ero ancora sconvolta dal viaggio e dal fuso orario, assalita da innumerevoli preoccupazioni che riguardavano il mio imminente futuro e quello delle persone che amavo.

Il confronto-scontro fra me e Gabriele ebbe risvolti impensabili: il giorno successivo chiamò la sorella per confidarle ogni cosa in merito alla situazione in cui ci trovavamo: parlarono al telefono per quasi un’ora.

Evidentemente la sua manifestazione di rabbia e le orribili confessioni che, inconsciamente, aveva rigettato dopo essere rimaste chiuse per anni dentro di lui, lo avevano aiutato a liberare qualche demone e a fare luce sulle anomalie e le incongruenze di certi suoi comportamenti. Anche l’indiscusso, profondo affetto di Anna per il fratello lo aveva indotto a riflettere, ma qualunque fosse stato il movente, mio marito si era spontaneamente deciso a riprendere le sedute di psicoterapia. Fissò il primo appuntamento con un certo Dottor Pancaldi per il mercoledì successivo e, così, ogni mercoledì, dopo il lavoro, sarebbe divenuta la sua tappa fissa. Ne fui profondamente felice: la speranza di poterlo vedere, un giorno, sereno e, finalmente libero dai fantasmi del passato, mi rincuorava, tuttavia continuavo ad amare incondizionatamente Robert.

Non ci furono altri contatti fra noi a parte un lungo sms che mi inviò diversi giorni dopo la partenza, nel quale mi raccontò del suo lavoro e di quanto sentisse la mia mancanza. Gli avevo risposto brevemente: non avevo il tempo per scrivergli una mail, ne sarebbe occorso troppo. Le parole del suo agente non avevano mai smesso di frastornarmi la testa, costringendomi a ritornare sulle mie decisioni che, virtualmente, avevo già preso, ma che, nella fattispecie, erano ancora tutte campate per aria.

Abbandonai, almeno in quel delicato periodo, l’idea di andarmene di casa e trasferirmi da Alice, cosa che lei stessa mi aveva proposto tempo addietro. Non potevo lasciare Gabriele: aveva bisogno di me, ero comunque sua moglie e, se gli avessi sbattuto la porta in faccia, non me lo sarei mai perdonato. In ricordo dell’amore che provai per lui, il mio buonsenso prese il sopravvento su ogni altro imminente desiderio, tuttavia non volevo privarmi di quel breve soggiorno a Manchester…

Prima di prenotare il volo, seppur con titubanza, informai Gabriele facendogli presente che l’opportunità di assistere a quel concerto era irripetibile.

“Del resto me la sono guadagnata…” gli avevo detto riferendomi al lauto compenso che avevo ricevuto in seguito alle mie prestazioni impiegatizie extra.

“Accidenti! Non sei ancora tornata e già hai intenzione di ripartire all’estero? Mi pare che cominci a prenderci gusto…” aveva detto tra lo stupito ed il divertito.

“Beh…. Ma non è esattamente la stessa cosa. Ci tengo moltissimo: sono almeno tre mesi che ho comprato il biglietto, anche se non ero sicura di poterci andare. Volevo dirtelo, ma non ne ho mai avuto l’occasione: il clima qui è stato tutt’altro che sereno ultimamente… Comunque, avrei sempre potuto rivendere i biglietti nel caso si rendesse necessario rinunciarvi…”.

“E con chi ci andrai? Non da sola spero…” s’informò.

In realtà, non avevo la minima idea di cosa rispondergli, così improvvisai quella che avrebbe dovuto essere la soluzione se il destino non mi avesse fatto ritrovare Robert sulla mia strada.

“No, certo che no. Mi accompagnerà Francesco: è già stato da quelle parti e sa come muoversi” lo avevo rassicurato.

“Ah… lui…”.

Lo vidi rabbuiarsi. “Esattamente”.

Non fiatò per alcuni istanti, poi dichiarò, lasciandomi basita: “Dovrei porgergli le mie scuse”.

“Beh, sì… dovresti, come minimo”.

Sospirò. “Potresti farlo tu per conto mio?”.

“Va bene… non appena ne avrò l’occasione” annuii.

In realtà non ci eravamo ancora visti, né sentiti dopo il mio ritorno. Era stato Marco a fornirmi qualche notizia che lo riguardava, ma mi avrebbe fatto piacere parlargli personalmente. A dire il vero, mi era mancato il coraggio di contattarlo. Del resto nemmeno lui si era degnato di farlo…

Appresi che era completamente ristabilito e, quindi, rientrato al  lavoro. Non solo: il proprietario del “Cafè degli Artisti” gli aveva rinnovato il contratto per altri sei mesi. Marco mi disse, inoltre, che le cose fra loro procedevano nel migliore dei modi. Ero felice per entrambi e per non dovermi costantemente sentire in imbarazzo ogni volta che Marco lo menzionava, cominciai ad archiviare in un angolo l’episodio che ci aveva coinvolto così intimamente quella sera, a casa sua, e a cui volevo smettere di pensare.

Un sabato pomeriggio, nonostante mi sentissi veramente esausta, per accontentare Chiara, ma anche per cogliere l’occasione di incontrare finalmente Claudio e, soprattutto Alice che avevo sentito solo telefonicamente, io, Gabriele ed i bambini ci dirigemmo allo “Stadio del nuoto” di Riccione in occasione delle finali del Campionato Regionale dove ritrovammo molti degli atleti del nostro gruppo ed i loro familiari. Il piccolo, grande Jonathan conquistò un secondo meritatissimo posto ed era un sogno. Quello spilungone lentigginoso ed abilissimo nuotatore, era lì, sul podio, emozionato ed in lacrime: lanciava baci nella nostra direzione, poi ne riservò uno speciale alla preziosa medaglia d’argento conquistata tanto duramente che, fiero, continuò a stringere nel pugno per tutta la durata della premiazione. Claudio, a sua volta, piangeva tanto da sembrare lui stesso un bambino: non solo era la prima volta che uno dei suoi allievi partecipava ad una gara ufficiale, ma, addirittura, aveva vinto una medaglia importante. Non stava più nella pelle per la felicità.

Appena ne ebbi l’opportunità, corsi incontro ad entrambi, mentre Gabriele pareva piuttosto imbarazzato e non ebbe il coraggio di seguirmi per venire a salutarli. Da una parte lo capivo. Per prima cosa abbracciai affettuosamente la mia migliore amica di sempre.

“Angy!” gridò restituendomene uno vigoroso forte “come stai?” e, subito dopo, ci scambiammo uno sguardo denso di interrogativi e questioni di cui avremmo subito voluto parlare, ma era necessario attendere un altro momento per farlo, così ci accontentammo di quel lungo abbraccio. Quanto a Claudio, gli afferrai energicamente la mano.

“Le mie congratulazioni!” trillai commossa, ma in quella stratta di mano c’era molto più: era la mia gratitudine per aver conversato con Robert al telefono e per la pena che lui ed Alice si erano dati per me. Se non fosse stato per loro, le nostre strade non si sarebbero mai più riunite. Mi fece l’occhiolino e capii che mi aveva letto nel pensiero mentre rispondeva alla stretta con la stessa intensità, poi allargò un sorriso.

“Grazie, Angela… Grazie davvero anche per essere venuti. Perdona la mia euforia…” disse per giustificare l’emozione che gli faceva tremare la voce mentre godeva di quel momento di gloria. Alice gli era accanto, radiosa e bella più che mai mentre infilava la sua mano piccola, ma tutt’altro che fragile, intrecciandola alla sua. Claudio le baciò le labbra in un tenero, ma fugace scambio d’affetto prima che un gruppetto di persone si radunassero intorno a loro per porgere le loro congratulazioni. Alcuni papà lo sollevarono portandolo in trionfo, quindi fecero lo stesso con Jonathan.

“Andiamo a casa?” venne a domandarmi Gabriele qualche tempo dopo, alzando la voce per superare gli schiamazzi e le risate del crocchio vociante. Annuii e, dopo aver fatto un cenno con la mano, Alice e Claudio, si sbracciarono tra la folla per ricambiare il saluto, poi ci allontanammo coi bambini.

Da quando avevamo sviscerato le nostre rispettive angosce, Gabriele era indubbiamente molto meno astioso nei miei confronti o, per lo meno, aveva smesso di guardarmi con costante disprezzo e diffidenza.

“Dovrei uscire stasera: vado a cena fuori con gli amici” esordì quando entrammo in casa. Io lo guardai sorpresa.

“D’accordo. Ti farà bene svagarti un po’…” annuii convinta.

Mi sarebbe piaciuto moltissimo invitare Alice per fare una tranquilla, ma intensa chiacchierata mentre non era in casa, ma rammentai che mi aveva parlato di un’uscita esclusiva con Claudio per festeggiare il suo successo.

Mi sdraiai sul sofà insieme ai bambini a guardare un film d’animazione, ma prima che fosse terminato, si addormentarono entrambi; Chiara appoggiata alla mia spalla sinistra e Nicolas rannicchiato contro il mio ventre. Con delicatezza, a turno, li sollevai accompagnandoli nei rispettivi letti dopo di che tornai in salotto stiracchiandomi la schiena indolenzita: mi sentivo a pezzi, non solo fisicamente. Sedetti alla scrivania per controllare la posta elettronica: riuscivo a malapena a tenere gli occhi aperti: vedendo che non c’erano messaggi da parte di Robert, né altro di significativo, filai in camera da letto e mi coricai.

Nei giorni che seguirono le cose non sembravano migliorare. Al ritorno dall’ufficio, dopo aver dato il cambio a Gabriele, non pranzavo quasi mai e mentre Chiara era in camera sua a fare i compiti, puntualmente mi appisolavo pesantemente sul sofà per almeno un’ora e la cosa cominciava a preoccuparmi. Come sarei riuscita ad affrontare un altro viaggio, seppur considerevolmente breve rispetto al precedente, dal momento che mi sentivo ancora così spossata?

 

“Hey, Angela!”. La voce di Marco alle mie spalle mi indusse a voltarmi di scatto: stava correndo a perdifiato per raggiungermi e, in un attimo me lo trovai accanto. Trafelato, si sistemò una ciocca ribelle scostandola dalla fronte e mi posò una mano sulla spalla guardandomi con quel guizzo di vitalità nello sguardo limpido.

“Che succede?”. Rispose alla mia domanda con una domanda.

“Hai molta fretta di tornare a casa o puoi dedicarmi un po’ del tuo prezioso tempo?”.

Rimasi stupita, perplessa: stavo uscendo da due ore di straordinario e, per giunta, ero stata costretta ad affidare i bambini a mia suocera.

“Dipende quanto tempo vuoi che ti conceda…” scherzai strizzandogli l’occhio.

“Capisco… Non molto in effetti. So che è ancora un po’ presto per l’happy hour, ma vorrei offrirti comunque un aperitivo al bar che sta all’angolo della strada: non ho ancora avuto l’occasione di ringraziarti come si deve per quello che hai fatto per me e mio padre. Ci terrei tanto… Per favore, non dirmi di no. Ho anche una sorpresa per te”.

Meravigliata, lo osservai attentamente stringendomi nelle spalle.

“D’accordo, ma prima devo avvertire mia suocera” e così feci mentre Marco, impaziente, attendeva il mio responso.

“Possiamo andare. Sai, io adoro le sorprese” affermai, eccitata all’idea della scoperta che avrei fatto di lì a poco, di qualunque cosa potesse trattarsi. Mi prese a braccetto.

“Benissimo!” e scendemmo giù in strada chiacchierando del più e del meno. Fu lui ad aprirmi galantemente la porta d’ingresso di quel minuscolo bar, cedendomi il passo: non appena sollevai lo sguardo, una presenza maschile alquanto familiare mi fece trasalire: bello come il sole con indosso, un paio di jeans scuri e sdruciti ed una polo verde petrolio e se ne stava lì, con il gomito puntellato sul bancone in granito. Quando si voltò nella mia direzione, quegli stupendi occhi color del mare in tempesta si sgranarono a dismisura, perplessi, increduli. Mi arrestai sul posto. Era più che evidente che neppure lui si aspettava di vedermi

“Checco…” mormorai in un soffio di fiato che Marco poté appena captare. Dunque era stato lui a combinare tutto . Doveva essere lui la mia sorpresa…

“Proprio così, non sei contenta? So che ci tenevi tanto ad incontrarlo e, credimi, lui lo desiderava quanto te e, ad essere sincero, non capisco il perché della vostra titubanza nel farvi avanti… Siete amici, no? Ad ogni modo ho pensato io a tagliare la testa al toro” disse trionfante.

“Sì, ma… Marco, lascia stare. Avete l’occasione per stare un po’ insieme e so che non vi è sempre possibile… Io sono di troppo” fu la prima cosa che mi uscii di bocca.

“Non dire sciocchezze! Ho organizzato appositamente questo incontro ed ora vorresti piantarmi in asso? Sai una cosa? Quello di troppo invece sono io!”.

Rabbrividii ed il mio senso di colpa tornò repentinamente ed elevato all’ennesima potenza dopo la sua esclamazione. Rivolgendomi un improbabile sguardo minaccioso, Marco mi spinse dentro al bar dicendo: “Su, muoviti e non fare tante storie!”.

Se avessi dato retta all’istinto, avrei gettato le braccia al collo di Francesco per quanto mi era mancato, per tutto l’affetto che continuavo a nutrire nei suoi riguardi, ma mi sentivo bloccata dalla presenza del compagno e non osai, pietrificata dal ricordo nitido delle sue mani così esperte sulla mia pelle. Cominciai a temere che Francesco si sentisse in imbarazzo per gli stessi motivi dal momento che rimase immobile, col gomito ancora appoggiato al bancone.

“Ragazzi, andiamo, ma che vi prende a tutti e due? Sembrate imbalsamati…” incalzò Marco guardando ora me, ora lui mentre ci avvicinavamo cercando di scuotere entrambi da quella situazione di stallo. Aveva ragione: sembravamo davvero due mummie egiziane.

“Ciao” dissi facendomi coraggio sorridendo timidamente e rompendo gli indugi.

“Ciao” mi rispose serio, quasi ignorando Marco. “Non mi aspettavo di vederti qui” e, solo allora, il suo sguardo si addolcì fissandosi involontariamente sulle mie cicatrici.

Mi rasserenai. “L’idea è stata sua…” dissi quasi per giustificarmi, indicando Marco che si era dimenticato di lasciarmi andare il braccio.

“Voi prendete posto mentre io ordino” ci esortò liquidandoci all’istante presentandosi alla barista, una ragazzona alta dai capelli corti e rossicci e dall’aria sbarazzina, disinvolta. Francesco scelse un tavolino libero in un angolo deserto del bar: non osai sedermi accanto a lui, così mi sistemai di fronte con inconfessabile apprensione. Dal canto suo, sembrava essere molto più a suo agio dopo il primo impatto.

“Allora, come stai Angela?” mi chiese “l’ultima volta, al telefono, ti ho sentita… come dire… piuttosto turbata…” e allungò la mano sfiorando leggermente con le dita la ferita al di sopra del mio polso, ormai rimarginatasi, quindi mi afferrò la mano. Non me l’aspettavo. Emisi un impercettibile sospiro.

“Avevo tutte le ragioni per esserlo” confermai.

Francesco abbassò lo sguardo lasciando la mano per giocherellare con il porta tovaglioli che stava sul tavolino.

“Non si tratta solo della violenza che hai subito, è così? C’è molto di più, te lo leggo negli occhi… Non solo: hai qualcosa di diverso, sembri stanca, quasi più pallida e sciupata di quanto ricordassi…. Cosa c’è, problemi con mister Pattinson?”.

Era davvero notevole il suo spirito di osservazione, eppure come avesse fatto a percepire il mio stato d’animo proprio non lo capivo, ma non mi andava di rovinare quell’incontro che Marco si era dato tanta pena per organizzare e mi limitai a dire: “No… Lui non c’entra… Sono tutte quelle ore di viaggio che mi hanno rincoglionita: il colpo di grazia credo sia stato il fuso orario a darmelo” scherzai “comunque ho anche avuto molto da fare in questa due settimane” sorvolai rimanendo vaga.

Francesco dissentì prontamente: “Uhm… La tua strana chiamata dagli Stati Uniti mi ha impensierito non poco, ma se non ti va di parlarne, non insisterò” concluse e mi sentii sollevata e cambiai subito argomento.

“E così sei tornato al lavoro… Sono felice che ti sia rimesso” dissi dirigendo su di lui la conversazione.

“Già: è stata la più bella notizia che potessi ricevere dopo l’aggressione. Adoro lavorare al “Cafè degli artisti”, mi ci sono trovato bene fin da subito e il guadagno non è niente male” affermò soddisfatto.

“A proposito dell’aggressione: forse non servirà a molto, ma devo porgerti le più sentite scuse da parte di Gabriele”.

Sorrise. “Ma davvero? Stupefacente!” esclamò con  sarcasmo e, tuttavia, meravigliandosene. Io feci spallucce.

“Così mi ha incaricato di dirti”. Annuì col capo. Stavo per chiedergli di eventuali sviluppi nel rapporto tra lui e Marco, ma non volevo risultargli invadente o sfacciata: lui, dal canto suo, invece, non si fece alcuno scrupolo a parlare della mia vita privata.

“Allora, cara la mia testarda? A quanto pare avevo ragione io su Robert: non aveva mai smesso di amarti”.

In quel momento apparve Marco.

“Come sarebbe? Tu lo sapevi?” sussurrò con uno sguardo assolutamente incredulo.

“Ebbene, sì, ma è una lunga storia che, se Angela vorrà, ti racconterò in privato” soggiunse guardandomi per cercare la mia approvazione, trovandola.

Con i bicchieri che lo stesso Marco si era preoccupato di riempire di un buon bianco, fresco e frizzante, propose un brindisi: “All’amica più comprensiva e dolce che abbia mai conosciuto in vita mia, che mi accetta per quello che sono senza alcun pregiudizio. A colei che mi ha restituito l’amore di mio padre. A te, Angela”.

Parlava a bassa voce, scandendo bene le parole, quindi sollevammo i bicchieri facendoli tintinnare fra loro con un colpetto deciso.

“Grazie, Marco, ma così mi metti in imbarazzo” balbettai arrossendo, ma lui mi sorrise ingurgitando quel liquido ambrato che solleticava la gola e noi lo imitammo. Si riempì subito un altro bicchiere, lo stesso fece con quello di Francesco, ma quando fu il mio turno, rifiutai gentilmente: “Basta, ti ringrazio. Non lo reggo l’alcool e poi ricorda che ho due figli da recuperare, più tardi” scherzai e lui annuì.

“Allora brinderemo io e Checco alla tua salute” e fu così che svuotarono anche quelli in un attimo.

“Hey, andateci piano! Non è mica acqua…” li rimproverai: entrambi risero. Mentre chiacchieravamo a proposito del viaggio negli States, i ragazzi si scolarono una seconda bottiglia di vino, e nonostante lo avessero accompagnato con salatini, pizzette, tartine ed olive all’ascolana, era evidente che l’alcool stesse prendendo il sopravvento: entrambi avevano difficoltà a far fluire i discorsi, soprattutto Marco che, seppure quasi completamente sbronzo, volle fare un altro brindisi. Sollevò in aria il bicchiere, per l’ennesima volta blaterando, qualcosa di appena decifrabile con la sua voce impastata.

“Voglio brindare alla donna che mi ha messo al mondo e della quale conosco solo il nome: brindo a te, Diana, che non sei mai tornata a cercarmi ed hai condannato mio padre a prendersi cura di un figlio frocio che non è neanche suo!”.

Trasalii: quelle parole mi colpirono profondamente lasciandomi a bocca aperta.

“Marco, per l’amor di Dio, abbassa la voce!” lo supplicai trovando inopportuna quella confessione rispetto al luogo in cui ci trovavamo. Francesco, decisamente più lucido di lui, lo esortò a sua volta a calmarsi, ma sembrava partito per la tangente: era paonazzo, gli occhi lucidi.

“No! Devono saperlo tutti qui che sono solo un bastardo figlio di puttana! Se non fosse stato per l’uomo che mi ha cresciuto e che chiamo babbo dacché sono nato, di certo non sarei qui!” gridò in maniera sguaiata.

Preoccupata, guardai Francesco. Lui guardava me. Afferrò Marco per le spalle.

“Ora basta: stai dando spettacolo di te stesso. Andiamo via di qui, coraggio” e, intanto, lo strattonava obbligandolo a guardarlo in faccia affinchè comprendesse il senso delle sue parole. “Vieni via” tornò a ripetergli.

Marco sembrava sconvolto.

“Perché non andate tutti e due a sciacquarvi la faccia mentre mi occupo del conto?” suggerii.

“Buona idea, però sarò io a pagare. Non voglio discussioni” disse Francesco con un tono severo che non ammetteva repliche senza lasciarmi neppure uno spiraglio per ribattere. Afferrai la banconota da cinquanta euro che mi stava  porgendo, poi sparì sorreggendo Marco, entrando con lui in bagno. Dopo più di cinque minuti ancora non vedevo uscire nessuno dei due: probabilmente Marco era piegato in due, bocconi sopra il water. Passarono altri cinque minuti allora cominciai a preoccuparmi: entrai io stessa nell’antibagno per sincerarmi delle sue condizioni, ma prima che aprissi bocca per dar voce, mi soffermai ad origliare quegli strani rumori provenienti dall’unica toilette riservata agli uomini. Non somigliavano affatto ai versi emessi da qualcuno intendo a vomitare quanto, piuttosto, sordi mugolii  e deboli lamenti. Volevo farmi sentire, ma la voce mi si incastrò in gola mentre la certezza di ciò che stesse realmente succedendo là dentro si faceva più forte. Sconvolta, infilai rapidamente la porta uscendo di corsa dal bagno e dal locale. Non intendevo certo vederli uscire sconvolti ed inebriati dal piacere, con le guance ancora accaldate e gli occhi languidi, né di vedere le loro mani o, peggio ancora, le loro labbra, intrecciarsi.

Che mi stava accadendo? Era incomprensibile una reazione come quella da parte mia: credevo di essere una persona tollerante e di mentalità aperta, invece mi rendevo conto di provare rabbia e repulsione nei loro confronti, mio malgrado. Eppure volevo bene ad entrambi, un bene sincero… Mi auguravo che, dopo tante sofferenze patite da entrambi, nella loro unione avrebbero trovato la felicità che meritavano, ma immaginarli chiusi dentro quel luogo squallido, in atteggiamenti carnali, in quel particolare momento, mi urtava come se, involontariamente, avessero ingannato la mia buona fede. Non avevo il diritto di pensare una cosa del genere… Fatti pochi passi, mi voltai a guardare all’interno, attraverso la vetrata e li intravidi. D’istinto cominciai a correre a perdifiato verso il parcheggio, senza pensare minimamente a quello che avrebbero pensato non vedendomi, infischiandomene delle loro condizioni e del modo in cui sarebbero riusciti a tornare a casa. Il mio comportamento era certamente deplorevole in quanto amica comune, ma era più forte di me. Saltai in macchina ed il cellulare squillò prima che potessi avviare il motore.

“Pronto…Angela, ma dove sei finita? Perché te ne sei andata così?” si affannò a domandare.

“Si sta facendo tardi per me: non vi decidevate mai ad uscire, quindi me ne sono andata…” mentii.

“Potevi avvertirmi almeno con un sms, no? Ma ora ascoltami: Marco non sta in piedi, figuriamoci se può guidare… Da solo non riesco a portarlo via da qui: vieni ad aiutarmi, ti prego” mi supplicò.

“Fra qualche minuto sarò davanti al bar: dammi tempo di uscire dal parcheggio” dichiarai.

“D’accordo. Sei la migliore, come sempre ” mi gratificò, ma non ci feci caso e riattaccai.

Insieme lo trascinammo di peso fin sui sedili posteriori: aveva una pessima cera, semicosciente e madido di sudore.

“Portaci a casa mia” suggerì Francesco sedendogli accanto “così potrò occuparmi io di lui”.

Annuii mentre adagiava delicatamente la testa del compagno sulle proprie gambe per farlo stare più comodo. Durante il tragitto non fiatai: ero molto stanca, ma soprattutto, irritata per gli stessi motivi che mi avevano indotto alla fuga di poco prima. Con la coda dell’occhio scorsi nel retrovisore lo sguardo schivo e scostante di  Francesco. Improvvisamente Marco, nel delirio della sbronza, farfugliò: “Abbiamo fatto l’amore… lo sai Angela? E’ stato bellissimo… lo sai? Io non l‘avevo mai fatto con un uomo… il mio uomo… Ti amo, Checco… io ti amo da impazzire”.

Mi irrigidii a quella spontanea dichiarazione mentre il cuore non faceva che rimbalzarmi in petto: e, così, avevo ragione… Conoscendo Francesco, mi stupii che avesse voluto consumare la sua prima volta con Marco in un luogo così poco romantico: forse era tutta colpa della sbronza se ogni riguardo che Francesco si era ripromesso di riservare al suo compagno era scemato così. Di certo non spettava a me giudicarlo, ma la voce di Francesco interruppe il fluire dei miei pensieri.

“Ora basta. Non sai quello che dici” ammonì dolcemente il compagno accarezzandogli i riccioli sulla fronte e chinandosi a baciargliela, poi mi restituì lo sguardo dal retrovisore.

“Non farci caso” disse.

Quando giunsi davanti alla palazzina in cui si trovava il suo piccolo appartamento, Francesco scese dall’auto: io lo imitai. Afferrò il compagno per le gambe trascinandole fuori ed, insieme, lo raddrizzammo. Cercò subito di aggrapparglisi al collo cingendolo con un braccio.

“Grazie del passaggio. Tornerò in seguito a riprendere la moto”.

“D’accordo, ma non vuoi che ti aiuti a portarlo di sopra? Sai, nemmeno tuo mi sembri poi tanto sobrio…” commentai, ma scosse la testa.

“No, me la caverò, grazie. Ora devo solo riuscire a farlo collaborare” e, proprio in quell’istante, ancora confuso, Marco farfugliò: “Amore mio…” e a tradimento posò le labbra su quelle di Francesco, brandendole disperatamente con la lingua nella speranza di essere ricambiato, ma lo allontanò subito, seppur con dolcezza.

“Ti prego, non fare così…” s’imbarazzò.

“Solo un bacio, solo uno” insistette, quasi supplicandolo.

“Dopo, Marco, dopo te ne darò quanti ne vorrai, ma non qui. Siamo in mezzo alla strada…” e, a quel punto si quietò.

Non distolsi lo sguardo da quella scena, dolce e, al tempo stesso, così insolita a vedersi. Non intendevo urtare la loro sensibilità, comportandomi come se non mi turbasse vederli scambiare quelle effusioni, come se accettassi in tutto e per tutto che fossero una coppia come tante, ma sotto sotto, mi rendevo conto di quale sforzo stessi facendo perchè tutto mi apparisse perfettamente normale. Francesco mi guardò mortificato.

“Grazie di tutto, dell’affetto e della comprensione che ci stai dimostrando”.

I suoi occhi limpidi, accattivanti e sinceri mi penetravano fin nel profondo, come se mi toccassero, mozzandomi qualunque possibilità di parola, quindi optai per cenno della mano come saluto. Lui l’afferrò all’istante e depose un fugace bacio sul dorso, dopodiché invitò Marco ad incamminarsi: sembrava avesse recuperato un minimo di senno, ma il suo sorriso ebete dimostrava che era ancora lontano dall’aver riacquistato la piena facoltà mentale.

“Ciao, sorella. Ti voglio bene…” mormorò fra i denti.

Arrossii per il nome dolce col quale mi aveva chiamata.

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