Recensione a: “Teutoburgo” di Valerio Massimo Manfredi

La battaglia della foresta di Teutoburgo fu una delle peggiori disfatte che l’esercito romano subì contro il popolo germanico.

Manfredi ce la racconta con gli occhi di due fratelli, Flavus e Arminus, figli di un principe delle tribù germaniche, catturati ancora bambini e portati a Roma per essere cresciuti come sudditi romani.

I fratelli sono molto diversi, se il primo si ambienta subito nel nuovo mondo, che vive come la modernità e ne è affascinato, per il secondo è molto più difficile staccarsi dalle sue radici.

Eppure Arminus conquista la fiducia dei capi romani, addirittura quella dell’imperatore che concede lui onori mai attribuiti a un germano.

Il ragazzo, diventato ormai uomo, si trova a fronteggiare il suo popolo e si distingue per l’abilità in battaglia. Ma il ritorno nella sua terra fa rivivere nel suo cuore la sua infanzia e il richiamo del sangue diventa più forte della lealtà dimostrata fino a quel momento ai romani.

Con un doppio gioco di cui gli ufficiali si rendono conto solo troppo tardi, attira l’esercito di Varo in un’imboscata e compie un massacro, decretando la fine delle mire di conquista romane nelle terre germaniche.

Non faccio spoiler con questa premessa, dato che di storia si parla.

La cosa che mi stupisce ogni volta che leggo Manfredi è che della storia lui fa sempre un racconto dal quale è impossibile staccarsi.

Non si atteggia a professore infarcendo il lettore di nozioni che, probabilmente, dimenticherebbe una volta terminato il libro.

Manfredi crea dei protagonisti che il lettore non può far a meno di amare. Accade in ogni suo romanzo e questo non fa eccezione.

La doppiezza di Arminus non sconvolge, anche se ammetto di essermi sentita combattuta sulla parte per cui patteggiare. Più che altro perché la parte più cospicua del romanzo ci parla dell’adolescenza di Arminus quando è a Roma e viene cresciuto dal centurione Tauro. Tauro che, pur nella sua inflessibilità, si dimostra un padre nei confronti dei fratelli catturati.

Mette loro nelle condizioni di sentirsi cittadini romani a tutti gli effetti e, alla fine, l’affetto prevale sulla durezza cui è intenzionato a crescerli.

Arminus è probabilmente uno dei personaggi descritti da Manfredi che più ho apprezzato. La sua solidità è disarmante e non gli si può fare una colpa di quello che ha fatto, tradendo chi aveva riposto in lui una cieca fiducia. 

Non so se siete abituati a leggere Manfredi, ma se non l’avete mai fatto, prendete in mano un suo romanzo e lasciatevi trasportare in un passato che è lontanissimo da noi. Che ha fatto la nostra storia e che continua a influenzare il nostro presente.

Io vi assicuro che non resterete delusi, nemmeno se non amate i romanzi storici, perché Manfredi parla di grandi personaggi cui davvero risulta impossibile non affezionarsi.

Recensione a cura di Laura Bellini

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