Recensione a: “Il conte di Montecristo”, Alexandre Dumas

Per questa recensione ho bisogno di fare una piccola premessa. Non sono un’amante dei classici della letteratura. A dire il vero al liceo rifiutavo ogni lettura imposta dal professore, tranne qualche raro caso, nei cinque anni di superiori ho letto molto, ma pochissimo di ciò che volevano io leggessi. Oggi da adulta sento, di tanto in tanto, il bisogno di colmare questa lacuna letteraria. È per questo che, di tanto in tanto, fra le centinaia di libri che leggo, ci infilo anche un classico.

Ammetto che la mia esperienza non è stata proprio entusiasmante, dopo “Delitto e castigo” e “Il maestro e Margherita”, considerati due dei migliori capolavori mai scritti, ero arrivata a credere di non essere proprio fatta per questo genere di letture. Datemi un saggio, una biografia, anche la lista della spesa, ma tenetemi lontani i classici!

Poi, non ricordo nemmeno come, la mia testolina ha iniziato a pensare che aveva voglia di leggere “Il conte di Montecristo”, l’ho cercato al mercatino dell’usato, badando di spendere il meno possibile e l’ho tenuto in attesa quasi un anno. È un libro impegnativo, almeno nella versione che ho trovato io, mille pagine scritte tanto in piccolo che serve quasi la lente di ingrandimento per vedere quello che c’è scritto. Eppure, dopo le prime venti pagine ero già tanto presa dalla lettura che nel giro di un paio di settimane l’ho finito.

“Il 24 febbraio 1815 la vedetta della Madonna della Guardia dette il segnale della nave a tre alberi Pharaon, che veniva da Smirne, Trieste e Napoli.

Com’è d’uso, un pilota costiero partì subito dal porto, passò vicino al Castello d’If e salì a bordo del naviglio fra il capo di Morgiou e l’isola di Rion.

Contemporaneamente com’è ugualmente d’uso, la piattaforma del forte San Giovanni si ricoprì di curiosi; poiché è sempre un avvenimento di grande interesse a Marsiglia l’arrivo di qualche bastimento, in particolare poi quando questo legno, come il Pharaon, si sapeva costruito, arredato e stivato nei cantieri della vecchia Phocée e appartenente ad un armatore della città.”

Inizia così quest’incredibile storia…

Edmondo Dantès è un personaggio che entra subito nelle grazie del lettore. Un bravo figliolo che al ritorno dal mare corre subito dal padre per sincerarsi delle sue condizioni e un bravo fidanzato che non ha altri pensieri se non quello di sposare la sua Mercedes. La fortuna sembra dalla sua parte, Morrel, proprietario della nave mercantile su cui lavora, lo prende subito in buon occhio e, poiché il capitano è morto durante il viaggio di ritorno, offre al nostro protagonista di prenderne il posto. Non solo un ottimo lavoro, ma anche una bellissima fidanzata che fa girare gli occhi a tutti gli uomini. Insomma, troppa fortuna, si sa, attira le invidie di chi ci sta attorno e a queste invidie non è immune nemmeno Dantès che ancora non sa che passare dall’essere il ragazzo più fortunato, a quello più sfortunato di tutti, il passo è davvero breve.

Siamo nel 1815, anno della restaurazione borbonica. Napoleone è prigioniero all’Elba, ma le voci su un suo possibile colpo di stato sono sempre più frequenti. È approfittando di questo e di una lettera che Dantès porta con sé, dopo essere sbarcato proprio all’Elba, con il defunto capitano, che i suoi nemici organizzano un complotto per ribaltare le sorti della sua fortuna.

Danglars, invidioso della promozione di Edmondò, scrive una lettera anonima in cui lo si accusa di essere un agente bonapartista. A farla finire nelle mani del sostituto procuratore del re ci pensa Fernando, innamorato della bella Mercedes e geloso dell’imminente matrimonio. Con loro, mentre questa lettera viene scritta e all’apparenza stracciata, è presente Calderousse, un vicino di casa di Dantès, mai contento di ciò che possiede, smanioso di avere sempre di più. Quando Villefort interroga il nostro Edmondò, si accorge subito dell’innocenza del giovane, ma messo a conoscenza del contenuto della lettera che il giovane porta con sé, e che accusa suo padre di muovere i fili per il ritorno in patria di Napoleone, non si fa scrupoli a far imprigionare Edmondò al Castello d’If. La storia la conosciamo, chi non ha letto il libro, avrà sicuramente visto il film interpretato da Gerard Depardieu, ma leggere la prigionia di questo ragazzo è stato straziante.

Questo è ciò che si intende per letteratura: riuscire a far sentire ogni piccolo, insignificante, particolare al lettore, senza bisogno di descriverlo con minuziosità. Ogni volta che ripenso a quelle pagine io sento su di me l’umidità di quelle celle. Questo è il passaggio in cui Dantès lo si ama senza riserve. La sua disperazione è così viva che pare di toccarla. Eppure anche nella più totale disperazione, quando ormai il nostro protagonista decide di soccombere al proprio destino, arriva una luce di speranza a illuminargli il cammino.

Ammetto di essermi un tantino annoiata nella parte centrale, almeno finché non ho capito chi fossero i due ragazzi in visita a Roma e ospiti di Edmondò. È qui che l’adrenalina cresce, quando lui parte per la Francia e il lettore capisce che i fili stanno per essere recisi e, sadicamente, non vede l’ora di scoprire in che maniera la farà pagare a chi ha deciso il suo destino. E sarà sempre troppo poco, anche se alla fine il lettore riesce, in qualche modo, ad affezionarsi anche agli antagonisti di questo romanzo. Sono uomini, dopotutto, con pregi e difetti. Uomini che hanno compiuto atti nefandi uscendone vincitori, ma sempre persone con sentimenti che vengono alla luce. Non li si comprende, ma si impara ad accettarli, tanto che la loro rovina lascerà anche un pochino di amaro in bocca.

Nel finale ritroviamo Dantès come a inizio libro. Un uomo che ha passato indenne attraverso l’inferno e che è riuscito ad avere il proprio riscatto, non tanto nella vendetta, compiuta o meno, contro chi gli ha fatto del male, ma soprattutto verso se stesso. Edmondò ritrova il ragazzo che era stato e questo sarò il suo più grande tesoro.

Si potrebbe parlare per ore di questo romanzo. Essendo però un classico della letteratura, lascio l’analisi a qualcuno di più competente, mi limito a dire che i messaggi in questo romanzo sono molteplici, impossibile non coglierli e non sentirsi piccoli di fronte all’insegnamento che questo romanzo porta con sé. Speranza, ecco qual è la parola chiave del libro.

Grazie Dumas, lo dico con il cuore. Sarai forse l’eccezione che conferma la regola, ma mi hai fatto tornare la voglia di scoprire qualche altro classico.

Recensione a cura di Laura Bellini

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