Recensione a “Il dono del reietto” di Mario Micolucci

La recensione
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«A quanto pare, non sei solo un reietto del tuo Dio, tuo malgrado, sei anche il suo flagello, stolto imbranato!»   Aliah, cignano decaduto.

Si dice che un eroe sia tale per i riconoscimenti a lui rivolti da chi lo ha incrociato lungo il proprio cammino.
Ecco, “Il dono del reietto” è un romanzo di Mario Micolucci che si interroga su <<Cos’è un reietto?>>. Il genere è Fantasy, fa da corollario al ciclo “I registri dell’Arena”, che inizia in medias res, ossia nel bel mezzo di una fuga.

Subito viene presentato il protagonista, Djeek il Goblin, è un geomastro ed elementalista.  I Goblin sono creature fantastiche che vivono nella Grande Palude, vivono lontani da tutto, e sono gli unici a poter avvalersi del Dono di Corrupto, un veleno che più che uccidere, guarisce.  Una caratteristica fondamentale dei Goblin è la furbizia, che però al nostro protagonista manca ed è oggetto di derisione, però Djeek ha un segreto: conserva un bastone magico. I Goblin si costituiscono in una società ben strutturata ed esposta in terza persona dal narratore con diversi punti di vista. Accanto ai Goblin, ci sono anche altri “cittadini”, ossia gli Elfi, visti come esseri terrificanti:

Erano terrificanti: alti almeno quanto un umano, dai lineamenti delicati, esili eppure così agili ed energici; avevano la carnagione pallida e grigiastra e i capelli del ripugnante colore dell’argento.

A raccontare questa potente combo d’immaginazione, coraggio, caparbietà e creatività, sono i Dharta, che riportano di volta in volta in maniera precisa gli eventi all’interno del regno.
Djeek, deriso da tutti, trova riparo e consolazione nel bastone magico, che presto imparerà ad usare senza rendersi però conto che ogni magia oltre al lato buono, come ogni cosa, presenta anche un lato oscuro:

Aveva capito che per attivarlo, bisognava acuire i sensi, ma allo stesso lasciarsi andare quasi come per addormentarsi.”

L’opera, come detto in precedenza, presenta una molteplicità di punti di vista in modo che il lettore possa non annoiarsi credendo che il libro sia scritto a più mani, e il tutto rafforzato dal cambio di linguaggio a seconda del personaggio che prende in mano la scena. La narrazione risulta frammentata per spiegare il concetto e gli effetti delle razze analizzate, mediante un linguaggio accattivante e fascinoso. Sembra un libro in cui i personaggi di volta in volta saltano fuori dal nulla con le loro stramberie, come la Strega della Palude.

Lo stile è in linea con il genere, fluido, la scrittura risulta meditata e navigata, ma ciò che desta meraviglia è la sottile ironia e volontà dell’autore di rendere il racconto come la scenografia di un film con richiami fumettistici di modo che le vicissitudini e peripezie di Djeek non cadano mai nel banale.

Rosanna

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