Recensione a: “Il libro della vita” di Debora De Lorenzi

1560460_886953074648897_1661587754163391740_nSi può amare tanto? Si può arrivare a condannare la propria esistenza a un eterno supplizio? Sì, certo che si può. Asher era tutti i miei sogni, le mie speranze. Era…la vita, la mia vita. L’unica che desiderassi. Aiutami loa dei sogni e delle speranze, aiutami! Perché lui non c’è più e io… sono condannata a vivere.

 

Faith lavora come reporter in un giornale, sta scrivendo un articolo sul tornado che investe la sua cittadine, quando i ricordi le affollano la mente. Ha fatto delle promesse, non innamorarsi più dopo la morte del suo Asher, non rimettere piede a Glen Witch, un luogo mistico e pieno di ricordi dolorosi, e una terza a cui ancora Faith non vuole pensare.

Cosa la spinge a tornare nel luogo del suo tormento? Un sogno che ricorre per lei ogni notte e la sua voce. Asher che la chiama, le intima di tornare da lui.

Da subito il viaggio di Faith verso casa assume aspetti inquietanti, tanto che viene spinta a infrangere anche l’ultima promessa: non usare più la magia.

Cosa si è disposti a fare per rimettere a posto cose che si è convinti di aver rotto?

Misticismo, magia, amore e avventura, questi gli ingredienti del nuovo romanzo di Debora de Lorenzi. Una ricetta a cui l’autrice ci ha ormai abituati nei suoi romanzi, ma vi anticipo che questo nuovo romanzo è molto particolare. Ho letto tutti i libri di Debora e mai, come questa volta, mi sono trovata a non riuscire a staccare gli occhi dalle pagine, nonostante non abbia avuto il piacere di poter sfogliare questo romanzo che è stato pubblicato solo in digitale.

La storia è ben articolata, condita di tanto mistero che non si può fare a meno di voler scoprire cosa si nasconde dietro a tutta la vicenda. I personaggi descritti ti entrano nel cuore, Faith è un’eroina molto particolare, dotata di enormi poteri, ma soprattutto di un amore puro e sincero che le permetterà di compiere scelte che comporteranno un enorme coraggio.

Vi confesso che l’ultima riga del romanzo mi ha fatto venire i brividi. Il finale lascia aperte le porte a un futuro seguito, nel caso l’autrice voglia scriverlo, ma il libro è assolutamente autoconclusivo, sebbene non dovrete aspettarvi di trovare un punto fermo una volta terminata la lettura.

Che dire delle ambientazioni? Dall’Irlanda ne “L’imbroglio dell’anima” alla Francia ne “Un fiore d’ombra”, Debora ci sorprende ancor auna volta scegliendo forse uno dei luoghi, sulla terra che più ci richiamano l’idea della magia. Glen Witch è un paese di fantasia, ma l’autrice lo colloca abbastanza vicino a New Orleans da farcene sentire l’eco.

Questo romanzo, e lo si capisce fin dalle prime pagine, è il risultato di un’accurata ricerca sulle arti magiche e sull’influenza che queste hanno avuto, e tutt’ora continuano a esercitare, sul genere umano.

Siamo tutti attratti, in qualche maniera, dall’occulto, ma saremmo davvero capaci di conviverci? Siamo sicuri di conoscere il significato di molte credenze popolari?

Debora, in questo romanzo, ci parla di Vudoo e maledizioni, ma ci insegna anche che non tutto ciò che si crede rispecchia la verità.

L’intreccio del libro è complesso, una sorta di passato e presente che si intersecano per dar vita alla storia. Un intreccio che viene sviluppato alla perfezione, senza lasciare mai nulla al caso e trascinando il lettore in quella che sarà la storia di Faith.

Quando mi capita di recensire un libro tanto bello, provo sempre un pochino di amarezza per non averlo tra le mani, in modo da poterlo inserire nella mia libreria e poterlo sfogliare, di tanto in tanto.

Consiglio la lettura a tutti, non solo a chi ama il genere fantasy, perché, nonostante sia l’elemento predominante dei romanzi di Debora, ne “Il libro della vita” i temi affrontati sono molteplici.

L’amore è uno di essi. Una storia d’amore che punge l’anima, ma non posso svelarvi molto a riguardo o finirei per rovinarvi le “sorprese”, anche se quest’amore, così puro non lo viviamo solo attraverso gli occhi di Faith e Asher, ma anche di Steph e Jay e soprattutto delle stesse gemelle: Faith e Steph.

All’inizio potreste trovarvi un pochino spiazzati da termini specifici, come loa, Manbò, Baka…ma mano a mano che la lettura procede, questa terminologia, ben spiegata fra le righe della storia, entrerà nel vostro linguaggio. Se ancora non vi bastasse, però, troverete i significati di queste parole in fondo al libro. Mi raccomando, fate attenzione a non sbirciare la fine!

In conclusione, dopo aver letto l’ultima pagina, mi è tornata in mente  più o meno la stessa domanda fatta quasi all’inizio della recensione, perché a mio avviso, riassume davvero in pochissime parole il romanzo di Debora.

Cosa si è disposti a sacrificare per poter ricominciare?

Scopritelo e sono certa che mi ringrazierete per avervi così caldamente consigliato questo romanzo!

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