Recensione a “La nostra libertà” raccolta poetica di Marco Penzo

raccolta poetica
La recensione

Imbraccia i toni della forte denuncia sociale la raccolta poetica “La mia libertà” del giovane autore Marco Penzo. Una quarantina di liriche a metrica libera dove il poeta sembra esprimere una sorta di ripetuto grido rabbioso verso la società contemporanea, con uno stile impregnato di acuto realismo, vagamente pessimistico.

Si riflette sulla vita, sulla morte, sul (non) senso del vivere (in “Idee ingannevoli”), ma anche sulle principali piaghe universali: corruzione, avidità capitalistica (“Il corruttore ipocrita”), sfiducia nella politica (“Il ladro politico”; “Politici no-strani”) e quindi nel domani. Fino alla condanna delle istituzioni religiose (“De-pretis”; “Bottino e prediche”), per arrivare a domandarsi drammaticamente dove sia la nostra libertà (“La grande nebbia del sonno morale”) in un tempo come il nostro, in cui “chi sogna un mondo migliore affonda in sabbie di un solitario tremore”. A tratti, scorrendo le poesie di Marco Penzo, non sembra si riesca a risollevare lo sguardo, immersi in una atmosfera deludente e quasi fatalistica: “Nessuno può pensare diversamente da ciò che è previsto” (“Al teatro”).

Un continuo sciabordio tra “sogni inesauribili” e “aspirazioni mai smorzate” che però sembrano velarsi di incompiutezza, come se i sogni d’oggi fossero “inautentici, delusioni della speranza ventura”.  Il replicarsi dolente di un “Messaggio mozzo” dove i desideri umani (inestirpabili) non sembrano poter trovare risposta esauriente; e questa amputazione stronca il respiro, rimandando continuamente all’interrogativo (e all’affezione) espresso dal titolo della raccolta. Qualche biasimo anche all’homo oeconomicus, cinico e autodistruttivo: “L’aria ormai la fa l’uomo” (“Gabbiano sulla Valdichiana”).

Non mancano di certo perle di poesia catartica: su tutte la breve lirica “Immergersi nei sogni”, un cammeo delicato, dove l’autore sospende la sua natura di “bombarolo dell’anima” e prende a “nuotare nel cielo”; o nella regale “Val di Chiana”, dove campeggia lo struggimento dell’origine, l’impagabile esperienza identitaria del ritorno alla casa natia come all’alveo che ti ha plasmato. Marco Penzo s’affaccia, con questa raccolta, come un autore interessante, ricco di questioni da raccontare, per provocare, per stuzzicare, a sua volta, altre riflessioni.

Consiglierei a chiunque di chiudere la lettura della raccolta di Marco con la lirica “Crepuscolo”, efficace immagine di una vita appassionata e mai rassegnata, in cui, ogni giorno, instancabilmente e inaspettatamente, si può scorgere “quel sole arancio sorridere sui campi color verde”.

Giancarlo Chiarenza

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