Recensione a: “La ricostruzione del cuore” di Coralba Capuani

“La ricostruzione del cuore” è l’ultimo romanzo pubblicato dalla mia scrittrice preferita. Inutile far finta di niente, ormai anche i muri hanno imparato che adoro i suoi romanzi. Ultimo e sicuramente quello che più le ha dato soddisfazioni dato che esce vincitore dal torneo letterario “Io scrittore” indetto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol.

Avevo letto un accenno di questo romanzo quando ancora, e lei ne parla nelle note di chiusura, era un accenno di ciò che sarebbe diventato. Ne è dovuto passare parecchio di tempo prima che uscisse la versione definitiva. Eppure, ricordo come fosse ieri la mia sensazione di fronte a quelle poche pagine, con la tragedia del terremoto che ancora fresca nella memoria. Coralba non scende mai a patti con le emozioni, le fa uscire prepotenti, tanto che al lettore non resta che cercare di metabolizzarle, magari cercando, inutilmente, di non versare più lacrime del dovuto.

Ogni volta che leggo un suo romanzo mi trovo a pensare che sia il più triste che abbia scritto e ogni volta vengo smentita da quello successivo. C’è da aggiungere che in questo romanzo, a differenza degli altri, non esiste quella vena ironica in grado di strappare un sorriso, non la si trova mai, in nessuna pagina. Inizi la lettura serio e la finisci in una valle di lacrime.

E dire che lei mi aveva avvisato di preparare scatole di fazzoletti!

“La ricostruzione del cuore” ci racconta il terremoto dell’Aquila dalla parte di chi è sopravvissuto. Giulia, appassionata di musica che studia a Bologna e che sente la notizia della tragedia alla televisione. Giulia che proprio all’Aquila ha tutta la sua famiglia e che non riesce a contattare. Il suo viaggio da Bologna all’Aquila appare surreale, ci si sente come chiusi dentro una bolla e si guarda all’esterno un mondo che pare essere diventato grigio. Tutto è immobile, anche la speranza che questa ragazza possa trovare qualcuno della sua famiglia ancora in vita.

Poi c’è Amalia, un’anziana signora che vive sola e che si salva per miracolo. Il personaggio più triste di tutto il romanzo, solo a nominarla mi verrebbe voglia di entrare nelle pagine e di abbracciarla. Una donna che ama troppo e che non è ricambiata. Il suo amore viene vissuto dai figli come un disturbo. La fanno sentire di troppo, colpevole quasi di essere sopravvissuta all’inferno. Nessuno la accoglie, dopo il disastro, lasciano che lei trascorra le sue giornate nell’albergo che ha messo a disposizione le proprie camere a tutti gli sfollati. Se ne sta lì, silenziosa, bramosa di scambiare qualche parola con la gente, ma mai compresa, sempre scansata, messa in disparte e tacciata come noiosa.

Solo Giulia vede in Amalia un riflesso della propria solitudine e a questa si aggrappa permettendo al loro legame di crescere e diventare un sentimento. Giulia che non vuole più vivere, ma che a quella vita è costretta ad aggrapparsi, anche per lei, per la vecchietta che non ha più un futuro davanti, che ha perso tutto, anche la voglia di ricominciare.

Le pagine di questo romanzo potevano trasudare tragedia da tutte le parti, potevano raccontarci la parte macabra del terremoto, gli scavi, i corpi e invece tutto questo passa in secondo piano. Quello che Coralba sottolinea con il suo libro è il vissuto di chi è rimasto. Di chi deve rimboccarsi le maniche per non farsi trascinare sotto le macerie. C’è un detto che dice che chi muore smette di soffrire, ma il vero dolore resta in chi vive e questo è quello che esce da questa storia.

C’è una strana atmosfera che permea tutto il romanzo, è come se la storia andasse avanti, ma in un universo parallelo, quando in realtà il mondo si è fermato la notte del 6 aprile. Il tempo appare immobile, ripetitivo, come le giornate trascorse in albergo. I protagonisti di questo non reagiscono, solo si lasciano andare avanti, giorno dopo giorno, annientati nell’animo dalle perdite.

Eppure il messaggio di speranza c’è sempre perché è la vita stessa che alla fine ti prende per mano e ti trascina, buttandoti verso il futuro.

Non ho molto da aggiungere per quanto riguarda le mie impressioni sul libro. Ho cercato di centellinare le pagine perché Coralba scrive in una maniera tanto sublime che il pensiero di dover aspettare tanto tempo per leggere qualcosa di nuovo mi mette ansia. Ma non è solo questo il motivo per cui non ho letto il romanzo con la voracità con cui faccio di solito. La verità è che avevo voglia di assaporarlo perché ci sono emozioni che hanno bisogno di essere elaborate per essere vissute in pieno.

Ogni riga di questo libro è un pugno allo stomaco. È una mano che ti entra nel petto e stringe il cuore.

È la prima volta che leggo qualcosa di “moderno” di Coralba, sono abituata allo storico, che come sapete è il mio genere preferito. Non è facile cimentarsi in un genere diverso da quello che si è abituati a scrivere e riuscire comunque a toccare le corde giuste nel cuore del lettore. Non avevo dubbi su di lei, se mi avessero chiesto di scommetterci a scatola chiusa, l’avrei fatto, e non avrei perso!

Ci sarebbe molto da dire, anche in merito a ciò che è stato fatto o non fatto dopo questo terremoto, o in seguito a quello di Amatrice. Si potrebbero fare riflessioni infinite sul ruolo della natura. Ci si potrebbe indignare e commuovere, ma non c’è cosa più giusta da fare di non dimenticare e questo è quello che ha Fatto Coralba con il suo romanzo. Ha inciso nero su bianco una storia che chiunque porterà nel cuore.

Recensione a cura di Laura Bellini

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