Recensione a: “Le idi di Marzo” di Valerio Massimo Manfredi

Ho già parlato del mio amore per Manfredi, quindi non mi ripeterò, voglio però anticipare questa recensione con una piccola riflessione personale. Ci sono romanzi, di autori che siamo soliti leggere, che ci piacciono tanto da non staccare gli occhi dalle pagine, altri che ci lasciano un tantino delusi e altri ancora che colpiscono dritto al cuore.

Le idi di Marzo, primo volume della trilogia dedicata alla storia romana, rientra di prepotenza nell’ultima categoria. Anche la persona che meno ama la storia sa quale drammatico evento accadde in quel giorno.

Era il 15 Marzo del 44 a.c quando il più grande fra tutti i romani fu assassinato con ventitré coltellate, da mani amiche.

C’è una cosa che ho sempre sostenuto, che quel giorno, i congiurati abbiano cambiato la storia del mondo. Cesare si preparava per una nuova guerra di conquista, voleva arrivare là dove nemmeno Alessandro era giunto, pronto per affrontare i Parti ed espandere ancora di più il dominio di Roma. Cosa sarebbe successo allora, non ci è dato di saperlo, ma provate a immaginare la grandezza di quest’uomo, da molti considerato tiranno, che ha preso in mano le redini di una città e ne ha fatto un impero. Un impero che doveva essere gestito e controllato, a qualsiasi prezzo. Un uomo feroce all’occorrenza, ma anche capace di perdonare. Non a caso c’era chi, fra i congiurati, aveva proprio ricevuto in dono il perdono pur avendo combattuto contro Cesare.

Cosa non gli fu perdonato? Sicuramente, attraversando il Rubicone armato, (e dando inizio alla guerra civile contro Pompeo), Cesare aveva dimostrato di non tener conto degli ordini che, pur arrivando dal senato, gli parevano iniqui. Fu un massacro, romani contro romani, e Cesare vinse.

Non è un caso che in questo romanzo, Cesare ricordi spesso quell’episodio e sia perseguitato dal senso di colpa per aver ucciso tanti suoi compatrioti. Forse fu proprio quella la scelta che cambiò il suo destino, forse pronunciando le sue famose parole: “Alea iacta est”, Cesare, inconsapevolmente, scrisse il proprio destino.

O forse, la colpa fu della relazione con Cleopatra, dalla quale ebbe un figlio. Il senato temeva che, avendo riconosciuto Tolomeo come suo figlio legittimo, un giorno Cesare potesse dichiararsi re di Roma.

O, più semplicemente, Cesare era un personaggio scomodo, non lo si poteva comandare, aveva una sua testa che usava benissimo, non si lasciava influenzare e aveva l’amore del popolo, forse non di tutto, ma la gente comune era stanca di guerre civili e Cesare aveva portato loro un periodo di pace. Ma la pace a chi giova?

Giulio Cesare è un personaggio storico che mi ha sempre affascinato molto, ma oggi sono qui per raccontarvi di un libro e non il mio pensiero su un uomo che, a mio avviso, è stato fra i più grandi e importanti della storia.

Ciò che mi ha colpito fin dalle prime pagine, è stata l’umanità con cui Manfredi ci presenta Cesare. Un uomo già avanti negli anni che porta sulle spalle una vita di decisioni. Soffre di epilessia, ma non può rischiare di farlo sapere al senato, o al popolo, non può far vedere alcuna debolezza, proprio ora che sta progettando una nuova guerra contro i Parti.

La narrazione inizia otto giorni prima dell’evento cruciale e, vi assicuro, accade una cosa strana al lettore che ovviamente conosce gli esiti della congiura. Leggi e continui a domandarti come sia possibile che alla fine non si salvi. Tutte le persone che gli sono vicine, e perfino lui stesso, sospettano che qualcuno stia complottando contro Cesare e ognuno parte con la propria indagine. Tutti arrivano alla soluzione, ma lo fanno un attimo più tardi di quanto consentito per riuscire a evitare la tragedia. Addirittura Artemidoro, che riesce a mettere nelle mani di Cesare il foglietto con i nomi dei congiurati, fallisce poiché lui non lo leggerà.

Sono pagine ricche di azione e pathos quelle di questo romanzo. Si percepisce l’avvicinarsi di qualcosa di oscuro al quale ci si avvicina sempre più velocemente, come risucchiati da una forte corrente, e quando arrivi lì, sulle scale del senato, vorresti metterti a gridare per fermare l’inevitabile.

Il decurione si alzò in piedi.

«…il messaggio è: “L’aquila è in pericolo”.»

Il decurione lo guardò cupo.

«L’aquila è morta» rispose.

Cesare visto come uomo, fino alla fine. Un uomo consapevole del rischio che correva, ma fiducioso di chi gli stava accanto, di coloro che aveva “salvato” e poi premiato accordandogli un posto in senato. Cesare che non vacilla mai nel suo pensiero, che non permette nemmeno a Cleopatra di offuscare la sua serietà nei confronti di Roma. Un uomo che ha amato il suo impero più di se stesso e che alla fine ha pagato con la vita questa dedizione.

Molto interessanti tutti i personaggi che ruotano intorno alla sua figura, che siano più o meno importanti, storici o di fantasia. Fra tanti cito Marco Antonio poiché immagino sia il personaggio che incontrerò nel “L’impero dei draghi”. Una figura controversa che non si capisce bene da che parte stia. Legato a Cesare, ma non a tal punto da parlargli della congiura. Un uomo dalle molte maschere, sempre pronto a indossare quella giusta, a seconda dell’occasione. Sono curiosa di capire in che maniera se ne parlerà.

Io vado avanti con la lettura, ma se avete voglia di scoprire un romanzo che resterà nel cuore, non perdetevi questo!

Recensione a cura di Laura Bellini

Condividi adesso!

Lascia un commento

*