Recensione a: “L’impero dei draghi”, di Valerio Massimo Manfredi

MEA CULPA!

Lo ammetto ho iniziato questo romanzo, come faccio spesso, senza leggere la trama, convinta che la storia proseguisse da dove si era interrotta ne “Le idi di marzo”. Immaginavo di leggere le gesta di Marco Antonio andando avanti fino al declino dell’impero romano.

E invece trovo Licinio Valeriano…

Chi è costui? In realtà me lo sono domandata anche io e sono stata costretta a cercare informazioni su questo imperatore romano di cui proprio non ricordavo l’esistenza. Valeriano fu invece molto importante per Roma, fu  il primo esponente della dinastia valeriana, e si ricorda perché divise il potere con suo figlio Gallieno. Uno a governare l’occidente, mentre l’altro in oriente. Fu proprio nelle zone orientali dell’impero che Valeriano fu catturato da Shapur I di Persia e fatto prigioniero fino alla morte.

Una storia che è comunque molto interessante da romanzare, soprattutto perché Manfredi fa sorgere il dubbio sul rapporto padre/figlio. Finché la notizia sulla morte di Valeriano non arriva al re persiano, non si capisce se Gallieno abbia o meno tentato di riscattare la vita del padre o se, addirittura, sia coinvolto nella sua cattura. Però il romanzo non è incentrato sull’imperatore, se non nella primissima parte. Il vero protagonista è Metello uno dei soldati romani che vengono catturati insieme all’imperatore.

La sua figura è quella dell’eroe, del soldato fedele a Roma e all’impero che mette a rischio tutto pur di salvare il suo imperatore e i compagni d’armi. Si tratta sicuramente di un personaggio positivo che però non è riuscito a conquistarmi fino in fondo.

Un uomo fedele alla parola data, alla quale non viene meno nemmeno per rivedere il figlio, dopo aver conquistato con fatica la libertà. Devo dire che Manfredi fa passare questa scelta come la più credibile, o meglio, come l’unica possibile. Nonostante questo avrei voluto leggere una storia diversa. E qualcuno qui potrebbe dire che allora dovevo scegliere un romanzo diverso. Ed è vero, ma io credevo di avere tra le mani un romanzo diverso.

“Le idi di Marzo”, “L’impero dei draghi” e “L’ultima legione” sono stati racchiusi in una trilogia, che è quella che sto leggendo io, e questa scelta trae sicuramente in inganno il lettore che pensa di avere a che fare con romanzi cronologicamente e storicamente simili. Si parla sì sempre di Roma e si arriva anche al suo declino, (o almeno credo perché ancora mi manca l’ultima storia…), però la maniera di affrontare l’argomento è totalmente diversa. Pensavo di trovare tre libri che mi raccontavano la storia romana da Giulio Cesare e Romolo Augusto, mentre ho trovato altro e per forza di cosa ne sono rimasta un tantino delusa.

Il romanzo di per sé, tralasciando questa personale nota negativa, è anche accattivante. Dalla prigionia al viaggio in Cina, al ritorno in patria, non ci sono momenti morti. Manfredi è un romanziere molto bravo, cattura il lettore come pochissimi altri autori sanno fare, ma mi sono già dilungata precedentemente a esaltare le caratteristiche di questo scrittore.

Se dovessi dare un voto a stelline a questo romanzo non potrei superare le tre e mezza, e mi ripeto, è un fattore del tutto personale, anche perché si parla di oriente, e ammetto un mio grande limite, non amo i romanzi con quest’ambientazione.

Non sono riuscita a godermi la storia come avrei voluto e come immaginavo. Non mi resta che avventurarmi nell’ultima parte di S.P.Q.R e farvi sapere come finisce.

Recensione a cura di Laura Bellini

 

 

 

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