Recensione a: “Il rumore del pallone sul cemento” di Dario Santonico

“Il rumore del pallone sul cemento” è il romanzo con cui Dario Santonico ha partecipato e vinto la nostra Top Five.

Nel bando non era prevista nessuna recensione per il vincitore, ma il suo romanzo mi ha colpita talmente tanto che non potevo non scrivere le mie impressioni e condividerle con voi.

Da tempo non leggo autori emergenti, ma grazie a questo concorso ho avuto il piacere di imbattermi in cinque romanzi, uno più bello dell’altro.

Faccio i miei complimenti a tutti e torno a parlarvi di Dario e del suo romanzo.

Non è un genere che io apprezzo particolarmente, tant’è che, prima di leggerlo, avevo già decretato, per i miei gusti, un altro vincitore.

Eppure, arrivata alle prime righe mi sono accorta subito che non sarebbe stato il solito romanzo.

Mi ritrovo nel buio totale e mi sembra di non aver mai aperto gli occhi. L’unica luce nella stanza è quella intermittente del cellulare che squilla. Il mix letale di una suoneria assordante con la vibrazione che mi trapana il timpano mi sveglia definitivamente. Due considerazioni si inerpicano nel midollo spinale fin sopra la materia grigia: perché mi ostino a tenere la fastidiosissima suoneria “vecchio telefono” sul mio Iphone. Ma, soprattutto, perché ho dimenticato di inserire la modalità silenziosa prima di andare a dormire? Quest’ultima considerazione è seguita da una serie di imprecazioni mentali che ascolto solo io. Mi faccio forza e, girandomi su un fianco, leggo l’ora sullo schermo del telefono. Le 02:02, niente di nuovo. Da anni, ormai sono ossessionato dai numeri doppi. Se mi capita di guardare l’ora in momenti random della giornata, trovo spesso un numero doppio a farmi venire la paranoia. Ho addirittura fatto una ricerca su Google per sapere se fossi completamente impazzito trovando, al contrario, parecchie persone che come me o erano pazze o davano troppo peso alle coincidenze. Passo il pollice sul freddo touch screen e un secco “click” attiva la chiamata:

«Pronto…»

«Domenico, siamo qui in ospedale. È ora».

Sento parlare spesso di incipit perfetti, questo per me è stato uno di quelli. Non ne ho trovati molti, nonostante io legga moltissimo, e i nomi che di solito mi regalano questa voglia di proseguire nella lettura, solo dopo aver letto poche righe, sono tutti altisonanti.

Parliamo di King o di Manfredi!

Con queste poche frasi, Santonico ci fa intuire che è successo qualcosa di grave e, soprattutto, ci presenta Domenico, il suo protagonista, svelandone una parte importantissima della sua personalità.

Non a caso è un personaggio che incuriosisce subito. Il lettore sente il bisogno di conoscerlo e, allo stesso tempo, ha voglia di scoprire perché deve recarsi in ospedale.

La narrazione prosegue facendo un salto indietro nel tempo.

Domenico e Giulio sono due ragazzini quando si conoscono. Il secondo è un tantino sopra le righe, tanto da meritarsi l’epiteto di “matto”. Questo primo pezzo fa sorridere.

L’autore ci regala delle pennellate di aria fresca presentandoci Giulio, che forse è il vero protagonista del libro, con una freschezza disarmante.

Non c’è modo di non provare simpatia per questi ragazzi, per il loro incontrarsi e conoscersi.

Alzai lo sguardo verso quella voce sconosciuta e vidi Giulio per la prima volta. La nostra prima conversazione avvenne grazie a un pallone. Effettivamente, ora che ci ripenso, tutta la nostra amicizia partì da quello. Non posso fare a meno di pensare che se la rete fosse stata un po’ più alta da non permettere al pallone di passare o i suoi piedi fossero stati più precisi, oggi non sarei qui.

È impossibile non leggere questo libro senza sentir spuntare un sorriso complice perché Dario ci racconta la storia di un’amicizia che durerà tutta la vita.

E non importa quanto si può essere diversi, Domenico ancorato alla realtà, pratico e serio, mentre Giulio l’opposto di lui. Un sognatore che ha ambizioni e che guarda il mondo con occhi diversi dai suoi coetanei. Le differenze non sono altro che il collante che unirà le vite di questi due ragazzi.

Non saranno sufficienti le distanze, o il modo differente in cui affronteranno il futuro perché quando due anime sono destinate a camminare fianco a fianco, può passare anche in mezzo a loro l’inesorabile tempo, ma troveranno sempre il modo di ricongiungersi.

Questo romanzo è un pugno allo stomaco, sotto tanti punti di vista. Commovente soprattutto perché il nostro bravo autore non filtra le parole quando scrive. Ti sbatte in faccia le descrizioni, anche quelle più cruente, senza bisogno di chiedere il permesso o di scusarsi per il rischio di urtare qualche animo suscettibile.

Ne esce uno spaccato di vita vera che, pagina dopo pagina, diventa quasi una quotidianità per il lettore.

Vengono affrontati tanti argomenti, ognuno dei quali riveste un’importanza rilevante nella nostra vita, ma quello che mi è piaciuto di più è che mentre leggi non viene fornita alcuna morale.

Solo intanto che prosegui, e senza che sia l’autore a svelare il proprio pensiero, capisci in che maniera certi atteggiamenti vengono condannati.

Ho pianto, lo ammetto. Mi sono anche arrabbiata con la decisione dell’autore per come ha dato una svolta alla storia.

Io che amo le storie strazianti, mi sono sentita castrata dall’evolversi dell’intreccio narrativo.

E poi arrivi al finale, perfetto come l’incipit e capisci di aver avuto tra le mani uno di quei romanzi che restano nel cuore.

Recensione a cura di Laura Bellini

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