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PAROLE AL ROGO: TRA POSTO FISSO E PRECARIETà

Tra posto fisso e precarietà

A differenza di tanti esempi esteri, il precariato in Italia rappresenta una novitá assoluta degli ultimi 15 anni

Torna l’appuntamento con Flavio Carlini e la sua rubrica Parole al rogo, oggi parliamo di precarietà e posto fisso. Un articolo molto interessante per le future generazioni, da leggere e, poi, da trarne delle considerazioni!

 

Tutti conosciamo il precariato. L’INPS ci comunica che durante l’ultimo biennio sono stati stipulati oltre 6 milioni e mezzo di nuovi contratti a termine, piú di 2 milioni e mezzo di contratti di somministrazione e piú di un milione di contratti di lavoro intermittente. Questo senza contare le cifre degli apprendistati e dei lavori stagionali (e il nero).

Tra gli idonei al lavoro, circa il 16% della popolazione italiana é precaria, se contiamo che del restante oltre il 10% é disoccupata (il 32% degli under 25 a dirla tutta) é facile vedere che si tratta di qualcosa che conosciamo tutti fin troppo bene.

Non sono mai stato un fan del posto fisso o del lavoro dipendente, eppure l’impatto che ha avuto l’avvento del precariato nella cultura italiana è stato tanto potente e disastroso da rappresentare un vero e proprio processo storico.

A differenza di tanti esempi esteri, il precariato in Italia rappresenta una novitá assoluta degli ultimi 15 anni. La cultura del lavoro italiana basata sul lavoro dipendente, sul posto fisso e la relativa sicurezza economica che ne deriva prima poteva essere scossa solamente da un licenziamento o un cambiamento professionale, ma ora si ritrova minata alle sue fondamenta. Si tratta di un vero e proprio shock culturale, che ha causato importanti conseguenze.

 

Dal un lato ci ha costretti ad accettare ogni condizione contrattuale, per quanto frustrante o addirittura degradante, perché in assenza di certezze o assicurazioni dobbiamo combattere ogni giorno per racimolare anche solo quei due soldi che ci permetteranno di pagare una bolletta in piú e fingere di essere indipendenti economicamente. Un ricatto emotivo ed economico la cui risposta culturale é nella rinuncia a ogni pretesa o diritto, e nel senso di colpa derivato dal non essere mai veramente autosufficiente.

 

Il principale problema nell’impatto tra il precariato e l’italianitá è peró senza dubbio la questione identitaria: il lavoro descrive da sempre l’identitá del professionista che lo compie e questo vale dall’operaio al finanziere. Il precario vede preclusa la possibilitá di identificarsi con la propria professione perché non ne possiede una.

 

Perso tra molteplici identitá finisce per identificarsi con l’immagine stessa del precario, un personaggio meschino, rappresentato sempre come un equilibrista, uno sfigato, un fallito, sempre a un passo dal diventare un disoccupato, un bamboccione, un “neet”, un “choosy”.

 

Il ruolo storico del precariato si configura quindi in Italia come quell’incontro culturale necessario al passaggio da una cultura del lavoro solida e fondata sul diritto a una cultura del lavoro basata invece sulla paura, sulla cessione del diritto e la generalizzata accettazione passiva dello sfruttamento. Nell’acquisizione di una identitá personale di sfruttato, di miserabile, unico responsabile della propria natura di fallito. Una percezione di sé assolutamente comoda per il piccolo o grande sfruttatore di turno.

 

Ogni vantaggio del lavoro flessibile (termine ben piú nobile di precariato) ne risulta azzerato nell’annullamento stesso dell’identitá dell’individuo – e davvero viene da chiedersi come ma la domanda di identitá culturale sia oggi cosí alta?

 

Dobbiamo scrollarci di dosso il peso del precariato attraverso un lavoro culturale, il che non significa pedagogico. Dobbiamo trovare la nostra identitá altrove, oppure (ancora meglio) dare nuova dignitá alla nostra flessibilitá. Riscattiamoci.

Accettare la depressione, il senso di colpa, la paura, non é che fare il gioco di chi inevitabilmente ha tutto da guadagnare nell’avere un esercito di precari depressi. Non permettiamo a nessuno di calpestare la nostra dignitá: quel posto di 6 settimane a 3 euro e novanta lordi l’ora non risolverá i nostri problemi economici, ma potrebbe minare in maniera irreversibile la nostra autostima.

 

Non guardiamo indietro, é impossibile tornare al passato, al posto fisso, alla “sicurezza”, e nemmeno é preferibile. Vediamo di capire piuttosto di alzarci e guardare dall’alto il labirinto in cui siamo stati ficcati: é l’unico modo per capire dove si trovi l’uscita.

 

“Quando racconto a qualcuno che ero in qualche film importante tutti mi dicono che si ricordano delle scene in cui appaio, ma io lo so che mentono. Perché la mia faccia è uguale a quella di tanti altri, di tutte le decine di comparse del film. E anche se vuoi far finta che non è vero, gli unici che ti ricordi, alla fine, quando scorrono i titoli di coda, sono i protagonisti, i buoni e i cattivi. Quelli che la vita la vivono davvero.” (tratto da Precari Abroad)

 

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